le strade per arrivare alla capitale della Cultura.

Schermata 2015-04-04 alle 10.02.55Cito la definizione di “cultura dalla Treccani in rete: “L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo.”

Riassunto: “cognizioni che una persona ha acquisito tramite studio ed esperienza per arrivare alla consapevolezza di se e del mondo”.  Come a dire, ci rende consapevoli di ciò che ci circonda, anche se spesso sbagliamo e confondiamo la cultura con i libri, con Caravaggio che si chiamava Michelangelo con Baricco che è uno strumento per la grappa, con lo struscio del festival di 20 giorni grazie allo Steve Jobs nostrano e all’alcaloide da tazzina. Diciamo che ne abbiamo da vendere. Assumiamo questo presupposto. Continua a leggere

le promesse contro la verità


Leggevo, come ogni volta che ho il tempo di farlo, la pagina del nostro quotidiano cittadino online.

Mi sono fermato a leggere ciò che scrive Rinaldi concordando pienamente sulla seconda parte scritta in grassetto.
Poi ho fatto una scorsa leggera su ciò che riferisce Parroncini, su quello che dice Trappolini, con quello che dicono i giovani UDC ed infine mi sono fermato sulle dichiarazioni di O’leary e mi è passato un sottile sorriso sulla bocca, non per ciò che avevo letto ma per la grande quantità di parole e di persone che si interessano alla vicenda dell’aeroporto a Viterbo.
Ho pensato che parecchi sono animati da sano e solido fervore politico, ci sono persone che tengono alla rinascita di questa ridente cittadina..
Ebbene, nel frattempo mi sono imbattuto anche nei commenti della Destra e in quelli di Fersini e non ho potuto fare a meno di condividere tutti questi articoli sulla mia pagina di facebook, come faccio spesso per raccontare a tutti i miei amici ciò che leggo e quello che succede da queste parti. Già perchè ho amici che vivono lontano, persone che come me, sono di questa terra, di questa città fatta di tufo e profumata di cantine, che vivono realtà diverse a 5000 km di distanza, in un posto, come l’Afghanistan, dove si muore per portare cibo ad altri esseri umani e dove, ogni notte, si sogna tra le stelle fredde di un cielo senza luci, il verde dei monti cimini.
La mia è una forma di condivisione di gioie e di dolori.
Per chi l’ha provata, lontano, solo e nelle difficoltà, è una sorta di focolare di “Verghiana” memoria. Una forma di copertina di Linus, che si avvicina la notte per sentire il profumo di troppo tempo passato a contatto della propria propria.
Ho riguardato la mia pagina personale di facebook e mi è venuto improvvisamente un dubbio.. ma è davvero possibile che nessuno se ne accorge?
Da ogni parte politica, da ogni settore di pensiero, da ogni lato dell’intelligenza della tuscia, da ogni quartiere, da ogni vicolo, da ogni piazzetta arriva un lamento continuo, flebile, sommerso. Un lamento che chiede concretezza, realismo, un lamento che proviene dal profondo, dallo stato di indifferenza generalizzata del Paese, dove il gossip di taluni conta più del malumore di tanti altri, e perdonatemi l’anafora, un lamento che mal si concilia con le ostentazioni di sicurezza e di efficienza dei manager cittadini.
A dir la verità poco si vedono ultimamente.
Io mi chiedo se possiamo realisticamente parlare di questi grandi progetti (l’aeroporto) quando a malapena riusciamo a essere efficienti all’interno delle mura, mi chiedo se è proficuo perdere energie e tempo (lasciamo perdere il denaro visto che spendiamo soldi per le ciclabili..) quando ogni giorno ci sono disservizi che sono il termometro dell’inefficienza cittadina. Mi tornano in mente le parole di un mio vicino di ombrellone illustre, un certo Giampaolo Pansa, che nel 1993 ad Alghero, dove abitavo da 4 anni, mi diceva che in Italia (lo scriverei minuscolo) le scelte non sono dettate dal buongoverno ma dal mantenimento o dal consolidamento del personale tornaconto di pochi.
Faccio due esempi di realismo applicabile.
Nel mio quartiere (santa Barbara) non vedo un “apetto” del CEV da mesi e se dovessero passare quando io non ci sono, i risultati sono comunque da oltraggio al pubblico pudore. Non si riesce a far cambiare un senso unico nonostante raccolte di firme e le azioni intraprese in forma ufficiale direttamente in Comune (vedi Fersini). Non si percorre una strada decente da anni, non c’è modo di regolare il traffico sulla Teverina nonostante tutti si lamentino del fatto dove comunque si è costruito una rotatoria con raggi di curvatura del trenino Lego. la zona industriale del poggino ha una strada che è meno disconnessa di quella che ho trovato a Kabul nel 2005, buttiamo soldi per costruire una pista ciclabile (che al contrario della strada accanto è liscia e senza buche ma ahimè senza i clienti che scorrono accanto) e seghiamo alberi quando basterebbe potarli.
Il verde pubblico è regolarmente manutenzionato solo nelle vie visibili e in quelle di accesso alla città, non sia mai viene qualcuno.. (date uno sguardo a prato giardino e passeggiate a piedi dall’ellera verso la quercia).
Nel frattempo abbiamo reso ridicola anche la raccolta differenziata al centro storico e ci si prepara al peggio ogni volta che PIOVE!! (fortunati i tedeschi e i nordici, da loro il clima è così clemente..)
E nel mentre, fra rotatorie piene di petunie e sensi unici ormai inamovibili, parliamo dell’aeroporto a Viterbo.
A Viterbo.. capite? Non siamo in grado di gestire quello che abbiamo..
Permettetemi.. non è qualunquismo o nichilismo.
E’ una forma di rabbia nei confronti del grande sonno.
Oggi non serve più apparire.
Bisogna provare ad Essere!!!
su su.. vi prego…
svegliamoci…

ricordi confrontati

il sole splende in un cielo limpido, velato di sottilissimi cirri che ne riempiono delle piccole porzioni mantenendo azzurro tutto il resto.
è sabato.
il sabato del mercato, il sabato che mia nonna usava per prendere un pezzettino di porchetta da condividere con due zii scapoli che avevano fatto la guerra e che vivevano con i miei nonni, aiutandoli in una piccola falegnameria di via del ponticello.
sotto il cielo azzurro mi compaiono i loro visi, ricoperti di rughe e le loro mani piene di tagli e di calli, abituate alla fatica ed agli attrezzi.
il centro della mia città è sotto la luce che preferisco, quella che nasconde ogni piccola particella di umidità in sospensione e che rende tutto limpido sotto. i muri e gli stucchi delle case sono vividi e l’ombra che si staglia fra le costruzioni e nera come la pece. i contorni delle finestre, le parti di peperino sono definite in ogni piccolo difetto, si sente l’odore del tufo e delle cantine fra i vicoli stretti di san pellegrino.
la mia città.
quella che amo.
quella che rivedo nei frantoi di pianoscarano e delle pietrare, quando si andava a prendere l’olio e il padrone del frantoio aveva una scatola di sale marino e una pagnotta di pane sempre pronta per far assaggiare l’olio che usciva dalle presse e dalle centrifughe.
notti passate con il piacere del sapore di campagna sulla lingua, mischiato all’odore di nazionali senza filtro degli operai e dei contadini che si sporcavano le mani con i sacchi pieni di olive.
oggi tutto mi ricorda che viterbo era anche questo. era genuina propensione al sacrificio ed al lavoro. era un pezzo di vecchia etruria abitata da discendenti definiti “burini” dai capitolini e fieri di esserlo.
continuo a camminare fra le vie pulite del centro, fra i cestini e portaceneri nuovi, fra badanti russe e spicchi d’aglio venduti dai cinesi. si sentono le urla dei venditori napoletani di abiti usati, invocano folli sconti e regalano sorrisi macerando sigarette fra le labbra.
trovo sempre meno indigeni fra i banchi, vedo sempre una mia vecchia compagna di scuola delle medie che ha un banco al mercato e non ho mai il coraggio di salutarla. il sacrario vive di suoni e di colori oggi. è meraviglioso anche se un pizzico di malinconia mi ricorda mia nonna ed il porchettaro del mercato che gli dava il pacchetto fatto di carta straccia. un indiano mi sale su un piede e mi chiede scusa nella sua lingua, gli sorrido e mentre vado verso le poste un ragazzo che ha fatto sega a scuola mi “intruppa” (come avrebbe detto mio nonno) e nemmeno si volta a guardare il risultato della sua maleducazione.. guardo la piazza ed il mercato mentre salgo verso il comune. è tutto pulito, è sabato mattina. sono a piedi, non piove e mi godo il sole anticipato in un febbraio qualunque. la torre con l’orologio si fa fotografare con uno sfondo immenso di cielo azzurro.
torno a prendere la mia auto e mentre mi infilo nel traffico penso ai miei due zii, quelli che avevano fatto la guerra che quando dormivo a casa di mia nonna, mi portavano in falegnameria la mattina a fare colazione e con i trucioli di legno della pialla e della levigatrice, accendevano un piccolo fuoco sul pavimento di ardesia. prendevano un pezzettino di legno e mettevano a scaldare due salsicce che sudavano unto da poggiare su una rosetta tagliata per l’occasione. avevo 8 anni.
ho vissuto una vita cercando di tornare in questa città, perchè adoro il suo profumo senza mai sapere chi fossero guelfi e ghibellini. sapendo solo che avevano fatto le mura che regalano alla città una identità definita..
sono nel traffico ed il profumo di botti e di muffa delle cantine è scomparso.
vado verso il mio quartiere. lo chiamano quartiere dormitorio. quando sono tornato qui non era così. era bello. era sano. ci passo da una delle due vie che consentono l’accesso, passando sotto un ponticello di una ferrovia che ormai pochi usano. diecimila persone confinate su due ingressi alla viabilità ordinaria, o tramite una rotatoria (di cui ancora si discute, sulla teverina) e tramite questo tornante stretto sotto il ponte della ferrovia. ci sono immondizie ovunque. sono passato da un minuto su un viale dove prima c’era un giardino, accanto le scuole dell’ellera. ci andavo a prendere il sole mentre aspettavo mio figlio che usciva da scuola. c’erano le panchine. adesso è solo fango.
sono passato in via ticino, e non ho fatto a meno di notare ciò che c’era a terra, in via dora baltea.. stessa cosa.
vi scrivo perchè la malinconia lascia il posto alla rabbia e perchè ormai nessuno di noi pensa più al valore comune, alla identità che dovrebbe renderci fieri e combattivi di fronte ad un simile scempio.
vi allego le foto di questa mattina.
sotto un cielo azzurro, pensando al panino con la salsiccia cotto sul pavimento di ardesia.



la mia Viterbo..

l’altro ieri c’è stato un incidente che ha bloccato per tutta la giornata e la notte seguente l’intero traffico della città. Su un sito locale venivano riportate le notizie circa il blocco del traffico e la rimozione finale della cisterna. Nel contempo, ancora una volta, sullo stesso sito locale, venivano rivolte urbane proteste circa lo stato di degrado nel quale versa questa magnifica cittadina. Ancora una volta, l’assessore all’ambiente ed ai lavori pubblici Arena, rispondeva in malomodo a chi dimostrava dissenso. ho provato a rispondere al giornale ed insieme ad altri tre, siamo stati pubblicati integralmente sulla testata.
Il testo delle nostre risposte è questo

viterbo 22 luglio 33 gradi

mi preparo a partire di nuovo. mi preparo al sapore amaro della sabbia e al prurito alla gola per salutare chi amo. mi preparo a vedere il mondo sotto un unico colore, quell’ocra che si diffonde sotto un cielo fatto di bianco e di azzurro sbiadito dal sole, mi preparo al caldo vero, non quello percepito della televisione. mi preparo per un nuovo afghanistan. il mio 17° mese in un posto costruito di terra e di rocce, di odio e di sangue.
avevo fatto una passeggiata al centro con mia moglie 5 giorni fa. tra turisti rossi dal caldo e ragazze con calzari da gladiatore, tra ragazzi in maglietta che urlano la loro tempesta ormonale sotto occhiali dalle grandi vetrate, avevo notato delle cose.
oggi per raggiungere il centro ho navigato nel traffico caotico di una città che alle 10,30 in pieno centro asfalta la strada in piazzale gramsci. Tre vigili urbani sono di fronte a me con la paletta, uno di loro dirige il traffico fumando una sigaretta che poi butta a terra. seguo il flusso delle auto e raggiungo il parcheggio. entro in via saffi. 5 giorni fa, di fronte alla sede della provincia, c’è una chiesa sconsacrata che in genere ospita mostre di pittura, i suoi lati sono pieni di immondizia. oggi, a distanza di 5 giorni, documenti buttati sul lato destro, sedie, un aspirapolvere e cartoni putridi di pizze per cena sul lato sinistro. un ape50, n°104 del CEV a 10 metri di distanza. sul pianale dell’apetto c’è un bidone che contiene un uccello morto raccolto dallo spazzino di turno. niente altro. passo dopo poco. l’ape 50 non c’è più, si è spostato a porta della verità. l’immondizia è ancora li. come 5 giorni fa. faccio delle foto col cellulare che allego. guardo mia moglie e gli vorrei dire che nonostante la rabbia che ho dentro per questo scempio, tutto questo mi mancherà. mi mancherà come l’aria sott’acqua, mi mancherà come l’acqua in mezzo al deserto. mi mancherà fino a farmi sognare l’odore del tufo e delle strade, il verde dei cimini e dei prati, il profumo dei panni stesi nei vicoli e delmosto nelle cantine.

>le strade della vergogna

>
dopo tanto ho preso il coraggio di scrivere e l’ho fatto con una testata web della mia città. questo è il testo della lettera. sarà che siamo sotto elezioni.. ma nel giro di una giornata ecco solerte la risposta da parte dell’assessore..

sono fiducioso.