Ci sono riuscito

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Ci sono riuscito. Dopo due anni e innumerevoli tentativi sono riuscito a farmi rispondere dal sindaco.

Gli avevo scritto facendogli gli auguri il 28 giugno 2018 (una lettera accorata e lunghissima) per cui non ho mai ricevuto risposta. Gli ho scritto in seguito, tramite PEC due volte, (il 18 febbraio e il tre marzo u.s), chiedendo la revoca all’utilizzo di mie fotografie sui siti istituzionali, e contestualmente scrivendo a due dirigenti e a due assessori. Continua a leggere

perché non funzionerà

13906742_1030988203686271_5066535035902402943_n_SnapseedSul Messaggero di oggi, c’è la storia dei vari tentativi di chiusura del centro di Viterbo alle auto. Da Settembre ci sarà l’attuazione del nuovo piano.
Hanno fallito tutti.

E falliranno anche questi. Continua a leggere

vi prego…

13731968_1020473338071091_3345200943905817089_oMi inginocchio, di fronte a tutti voi e Vi prego.
Dal più piccolo dei bambini al più alto dei ragazzi.
Ho una cosa da chiedervi, dal profondo del cuore. 
Una preghiera.

Vi prego, accendete la curiosità, fatela ardere,
tenetela viva, alimentatela con le storie che raccoglierete
servirà per un viaggio, quello di ritorno.

E poi… Continua a leggere

i banchi della vergogna.

13680762_1018863484898743_1255915112122950163_nComune di Viterbo.

Questi sono i banchi della maggioranza, in consiglio comunale, al primo appello. Mi chiedevo: dove sono finiti i rappresentanti che il popolo, per il tramite delle ultime elezioni, ha delegato a governare questo luogo?

A premessa di ciò che segue, estraggo alcune parti dello Stauto del Comune di Viterbo. Al punto 1, dell’art. 1, del Titolo I, c’è scritto:
“il Comune di Viterbo RAPPRESENTA la comunità di cittadini che vivono nel territorio comunale, ne CURA gli interessi e ne promuove lo sviluppo civile, sociale, culturale ed economico, perseguendo le finalità stabilite dal presente Statuto…”

Ecco, basterebbe questo estratto. Almeno eticamente, basterebbero i due termini scritti in maiuscolo: “rappresenta” e “cura”.
Continua a leggere

per dire…

1799073_724489511002810_3372021948706052548_oMentre si disserta sui Pokemon che non si trovano o sui vigili urbani che nutrono profonda stima nella “merkel de noialtri”, mentre il sindaco ha ricette e pozioni miracolose, come i druidi di Asterix, e consiglieri che sono famosi solo per aver bruciato sedie, discutono di libri che non conoscono, questa città va definitivamente a morire.  Continua a leggere

è què la dimograzzia?

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I soliti due vecchietti, dopo aver pianto, pochi giorni fa, per il treno in Puglia, si ritrovano di nuovo. Stesso bar o stessa panchia, non importa, è il mondo intorno il teatro e la loro coscienza l’attore…

– Eccom’è?
– Com’è che?
– Ch’ogge sei tutto vistito bbene? N’da d’annà? Continua a leggere

non può essere un buongiorno…

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Sono le 5 di mattina, sto guardando immagini d’orrore, ancora una volta che arrivano da Nizza. Non trovo più termini per definire cosa siamo diventati.
Tutti, nessuno escluso, perché le radici dell’odio sono ovunque.
Ripensavo a ieri. Avevo scritto una storia, la solita storiella dei due vecchietti viterbesi che si incontrano, relativamente sullo scontro dei treni in puglia e la morte di provenzano.

L’avevo scritta pesante, c’ero andato giù duro, specie nell’ultima parte. Il concetto che volevo far passare era proprio questo. La pietà, e la colpa dentro di noi.. La metto qui sotto, ho aggiunto la fine. Per chi vorrà leggerla, sono i soliti due, di fronte alla disperazione. Continua a leggere

la panchina della coerenza

13580595_1008023632649395_2111669452743204167_oLa panchina della coerenza.

5:40 del mattino, all’inizio di viale Trieste.
Su una panchina, una di quelle panchine dimenticate, di quelle che non hanno più senso a stare dove stanno, ci sono una decina di persone, seduti, ad aspettare nella penombra dell’alba in arrivo. Continua a leggere

émo da fa le murte noi..

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–       Ovè quell’ò, che dichi?

–       E cche ttò ddà dì? Le solite fregne, me fanno male l’ossa, la mi moje me rompe li cojoni e la notte ‘nse dorme più pè le sarapiche e pè stì mastietti che fanno macello.

–       Ossanamaazzà pè davero eh, ‘n c’è verzo. Io dico, pè carità, gajardo che c’è movimento, che se pozza girà senza maghine, che c’è vita mà le strade, solo che questòro so gnoranti a ddì de sì! Bevono come Quinto de Giuseppina, quello che morse pèl fegoto grosso come nà balla de fieno, e ppoe so zozzi come pòchi. Continua a leggere

i soliti due

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I soliti due, il caldo che arriva, le problematiche solite, i ricordi, la vita che scorre. Al solito bar o alla solita panchina di fronte al mondo, poco importa.

– Ovè, che dichi?

– Bongiorno quell’ò, ecc’ho ddà dì, le solite fregne, tu ‘nvece? L’ha fatti st’esami?

– L’ho fatti, l’ho fatti, ma zitto và.. le tribbele!

– Come mae?

– E prima ‘l tichette, che solo pè capì tutte le fojette che c’eròno piccicate la ppèl muro denanzi all’omo che te fa pagà, me c’è voluta ‘na ventina de minuti, poi ha dà parlà cu la signurina, poe te chiameno loro, poi hà d’aspetta che ‘l medico ritorna chè l’evòno chiamato.. tutto què pè fà l’analese del sangue.

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