road to somewhere

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road to somewhere
Inserito originariamente da funnybear 

in viaggio da herat ad adraskan. un’auto in mezzo alla colonna di auto. un sentiero ed una gomma squarciata dopo 50 km. il caldo che entrava nei polmoni insieme a polvere che sapeva di fuoco. un ricordo come tanti di una di quelle esperienze che ti portano in mezzo al nulla, passando da strade dove le formiche in fila sono grandi come ragni, dove un albero è un povero cristo appeso con le costole in vista. in mezzo al nulla. e mentre camminavo per non pensare al botto che magari avrei sentito per strada… pensavo ai monti che circondano il lago, il lago dove andavo a far l’amore d’estate…alle siepi che ricoprivano i costoni scoscesi sull’acqua azzurra… al profumo dei fiori del sottobosco, alla strada fresca piena di curve, alle lucciole che vedevo e che mi facevano spegnere i fari e la macchina per vederle in un mondo di fiabe..
“bentornato… bevi un pò d’acqua. fra poco ripartiamo per casa..”
tornare a casa… considerare casa un container di 6 metri dove dormi in 3…
vorrei la mia di casa.. che dalla finestra mi fà guardare il bosco con le curve e le lucciole..

>la prima volta a qalenaw

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la pista è piena di persone, arriviamo da sud per portare rumore sulla valle ocra di sole e polvere. appena scendiamo dall’elicottero troviamo ad accoglierci un piccolo gruppo di bambini che discretamente sono sul bordo del piazzale e ci guardano come alieni. hanno smesso di rincorrersi e sono silenziosi vicino le recinzioni. in pochi passi ci avviciniamo con il consenso degli spagnoli che presidiano l’apron. 6 occhi ci colgono di sorpresa. sono azzurri. 2 bambine ed un bambino piccolissimo. sorridono al nostro saluto. sono i più vicini. zefferino, il vecchio pilota si intenerisce e dice: io li voglio salutare. và oltre le recinzioni. si avvicina lentamente. una delle bambine sembra terrorizzata. le mani al viso. l’altra aspetta, il bambino invece non ha paura. zefferino fa altri due passi e silenziosamente si china per dare la mano al piccolino. lui tentenna. poi si avvicina.. ho la macchina fotografica con me. faccio in tempo a fermare il momento. scatto. il rumore della reflex non li disturba. dopo pochi secondi gli occhi azzurri del bambino si rilassano sul viso di un pilota dai capelli bianchi. la mano si tende. zefferino si gira verso di me e mi dice.. é meraviglioso. anche il mio cuore si ferma. spengo la macchina fotografica e mi godo il sole e la polvere.. guradando 6 occhi azzurri che sorridono ad un uomo venuto da lontano.

>ancora 11 giorni

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volevo fare un sacco di cose oggi. ma mio suocero è più rapido di me. mi dice di prendere le mie cose e di andare a prendere un pò di pioggia in campagna.
forse ho fatto bene.
il mio umore è come il cielo di oggi.
colorato come un barattolo di antiruggine, a metà fra il marrone ed il grigio scuro.
invece ho trovato la linfa della mia vita. c’era il silenzio, quello che ti fà sentire il vento e i rami che sbattono fra loro. c’erano cani che si rincorrevano tra i latrati. c’era una piggia sottile ma non era freddo.
la pioggia rende tutto umido e appiccicoso ma è come una liberazione se vuoi pensare ad un “non luogo” che ti aspetta. ti lava via i pensieri. i rami degli alberi ti rovinano le mani, senti piccoli tagli e le mani sporche di ogni genere di umore. ma più sono sporchi i palmi delle mie mani, più diventa libera la mia mente.
è l’effetto della fatica e della natura. senti che sotto il poncho il sudore ti bagna la schiena, senti che la schiena guaisce come cani intorno. sporco, bagnato.. ma ti senti libero.
felice.
felice per avere un pezzo di mondo solo per te.
felice per respirare solo aria e non macinare pensieri.
felice di vedere tua moglie che arriva come la cavalleria e ti porta un pezzo di pizza calda..

dicono che le persone semplici sono sempre felici…
forse perchè vivono di fatica, forse perchè vivono di natura. o forse perchè non hanno paura di perdere nulla..
io non ho moltissimo. quello che ho me lo sono sempre sudato. ma adesso ho paura di perdere tutto..
è una sensazione che si descrive a fatica.
è come quando arriva tuo figlio a casa e tu lo baci nonostante sia più alto di te, lui ti guarda ride e ti dice: “..zo vuoi?”.
è come quando prendi le mani di tua moglie e sono più calde di quanto ti aspetti.
è come quando vai controvoglia sotto la pioggia ed invece ti senti bene a diventare zuppo.
è come quando passi fra i borghi e noti le cose che prima non avevi mai notato. la legna sotto le scale, i camini che fumano, le nonne con i nipoti che vanno a predere il pane. il pane fresco e pieno di farina. il caffè del bar che non avevi mai notato. i signori di una certa età che parlano fuori dal bar tra sciarpette dai colori improponibili e coppole di lana.

percezione. è come aumentata. ingrandita, esposta ad un giudizio e ad un processo di elaborazione dati più rapido.
mi accorgo di saltare a piè pari dei pensieri..
non seguo la stessa logica di sempre.
mi accorgo che alcune cose mi toccano e prima nemmeno le notavo.
stò diventando vecchio..
già.. mi piace fare la pipi in mezzo ai boschi, e sentire l’acqua che scivola sulle guance, vedere il giaccone impregnato di gocce..stò diventando vecchio.

poi torno verso casa..

in fondo cosa sono? 5000 km, 2 mesi….
quanto ancora?
11 giorni..

>prima di partire.. -20

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un velo di arancione si stende sopra i cimini. è un sottile strato di cirri con l’alba alle spalle.. il sole sospira lentamente il suo alito per poter sollevare la luce sopra gli strati di erba umida e fredda e i tetti di cotto in lontananza. colombe che passano sul cielo terso e degradante dall’ arancio, al verde, al celeste.
parte da est e uno sguardo copre tutti i colori del suo spettro. fino a sopra la mia testa. un solo movimento e vedo tutti i colori.
vedo un mondo fermo.
io non riesco più a dormire.
mi sono svegliato per il caldo di un piumone troppo alto. o forse per la voglia di caffè.
mi preparo ad un giorno facile, uno di quei giorni dove si dispensano sorrisi, dove si và al supermercato come tutti, dove si incontrano amici di 5 minuti. dove si massifica anche la risata ed il modo di parlare..un giorno facile.
non come gli ultimi.
il ricordo delle feste mi perseguita. avevo un sacco di progetti. un mare di foto in testa, di immagini da ricordare e da raccontare… invece influenza e ospedali mi hanno ricordato che
ci sono anche il dolore e la sofferenza.
è passato, sarà per la prossima..
invece fra poco andrò di nuovo dove le aquile passano più alte. già.. ancora una volta.
un posto dove, prima di partire, cerchi il caffè la mattina, dove devi scrivere in una busta chiusa, le istruzioni per risolvere una crisi improvvisa a tua moglie.. dove si respira aria buona e dove alcuni non andranno mai. dove invece io ci ho già passato un anno. negli ultimi 3.
non dormo.
forse avevo voglia di caffè.. o forse ho solo … paura.
una volta ancora.

via lattea (vista dall’afghanistan)

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il cielo è nero come catrame liquido, come anima sporca d’odio, come sangue senza ossigeno, come la profondità del mare lontano…
mezzanotte e mezza..
le stelle vibrano e pulsano come piccole candele lontane nel nero.
non c’è la minima luce ed il campo è soltanto polvere nera di sonno e di ronde che spazzano tempo e spazio intorno.
ragni grossi come pugni arrivano furtivi sulla ghiaia, scrutano il nulla ed il silenzio e poi tornano in anfratti ancora più neri.
il silenzio accompagna i passi delle mie scarpe sotto la coltre nera della notte, sono piene di polvere. ormai è entrata nelle cellule del tessuto, ha deflorato la superficie del cuoio con la patina di ocra e di finta morbidezza che copre tutte le imperfezioni della tomaia come se fosse una maschera di cerone sul viso di una attempata signora.
polvere..
ogni tanto arriva sotto i denti e ne modifica il morso, la senti e la passi sulla lingua per sputarla ed evitare che possa martirizzare ancora il tuo intestino come una pestilenza che entra da tutti i pertugi.
la senti sulle mani, sui capelli corti, sulle pieghe della pelle, sottopelle come se fosse entrata, silenziosa e infida come un virus… ma finalmente non la vedi….
è tutto nero.
la polvere non si può vedere.
ma si vede il cielo… torno a guardare ..
provo pace anche se i brividi mi percorrono la schiena, soffro per il rumore di insetti enormi che rovinano la pace dell’udito.
sento i capelli sulla nuca che si alzano in funzione di brividi che arrivano per il freddo e per quel pizzico di paura atavica del buio.
ma è bello, troppo bello. mai visto un cielo cosi..
penso che se aspetto un pò potrei anche vedere lampi di fuoco che solcano il cielo e che portano desideri di bambini e ottimi auspici.
mi fermo a guardare e mi accendo l’ennesima sigaretta come se fosse l’unica compagna che può condividere con me tanta maestosità, tanta bellezza.
mi siedo sulla panchina bianca di legno rovinata dal tempo e dalla brutalità degli spostamenti, ma adesso è comoda e mi permette di appoggiare la schiena all’indietro per ammirare il buio e l’immenso. il tizzone della sigaretta imprime una macchia nei miei occhi ormai adattati al buio. aspetto che passi ..e poi la vedo.
vedo la via lattea.
per la prima volta.. a casa l’ho sempre presunta. non l’ho mai vista davvero, ho sempre pensato che fosse li e che ci fosse, l’ho sempre data come se fosse un postulato, una prova di fede, sulla fiducia. ma non l’ho mai vista davvero.
ieri sera si appoggiava come un batuffolo di cotone sul nero, lambiva scorpione da sud e poi saliva curva nel cielo fino a cassiopea verso nord est..non credevo nemmeno fosse vera.. nel candeliere dell’universo era cosi netta che sembravano cirro cumuli nella notte.. ma rimaneva li senza muoversi. ho aspettato che il profumo del tabacco bruciato arrivasse nelle narici. mi sono reso conto che la sigaretta si è spenta quando il fumo ha terminato la sua corsa estinguendosi sul filtro e sulla carta. era sempre li..ho pensato a quante persone l’hanno vista, a cosa hanno mai pensato vedendo tanto spazio pieno di solitudine. ho pensato ai guerrieri antichi che si riposavano su improvvisati giacigli sotto questa coltre. ho pensato a quanti sogni ha accompagnato questo tappeto di luci.. piccole, lontane ma antiche e misteriose..
ho pensato che potrebbero essere già morte mentre le vedo. ho pensato che potrebbero vedere quello che non vedo e che mi manca.. ho respirato ancora la polvere.. poi ho aspettato per pochi secondi come se sapessi che sarebbe poi arrivata….. un filo di luce da ovest verso est.. veloce… un lampo.. ho espresso un desiderio … poter vedere mio figlio in sogno, mentre dormo.. come se fossi vicino a lui.. e potergli dare la più bella delle buonanotti.. sotto un cielo di stelle.

rientro a casa

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PISA ore 3 AM. 26 ore dopo la partenza. il mattino all’aeroporto di herat era aspro e senza ombra, con il vento che arrivava in fretta a portare particelle di sabbia, quelle che mentre parli si piazzano nelle strette porzioni libere del tuo morso, tra i denti e che ti fanno sputare nella poca saliva la stanchezza di 5 mesi di sudore e di paura, dopo una notte insonne passata a sognare l’odore delle tue cose nella tua camera, nella tua casa. ero pulito, sbarbato, con la divisa asciutta e stirata, le scarpe lucide come i calzini binchi nuovi di spugna. ora sono stanco, logoro e sporco, dopo un viaggio interminabile sopra un mondo che dall’alto sembra piatto e deserto. ma il rumore dei freni e dei motori che si fermano mi risvegliano dall’ultima fatica. mi trovo a scendere dalle scalette dell’aereo, grigio come il mio viso. sono le 3 del mattino. appena esco dalla piccola aporta laterale, sento di nuovo il profumo. il profumo del verde, degli alberi che si muovono sotto una leggera brezza. sento odore di pulito e gli occhi piano piano si abituano di nuovo alle tenebre del piazzale vuoto. non mi sembra vero. sono in Italia. di nuovo a casa. una casa grande 350 km, la distanza che mi separa da casa. ma è già casa mia. è come se mi abbracciasse, senza timore di sentire l’odore del mio sudore. è come se un tenero abbraccio arrivasse dall’aria fresca della notte, una notte felice, come i desideri che mi arrivano… un caffè all’autogrill con la commessa dagli occhi stanchi da troppe notti passate in piedi di fronte ad avventori casuali. anche i suoi occhi sono una gioia, anche le sue fatiche, la sua stanchezza, i suoi movimenti senza umanità e da automa dietro alla macchina del caffè sono una gioia. gioia vera, dopo tanti giorni lontano dalla mia terra. cose piccole mi passano di fronte agli occhi, i dispenser delle gomme americane con un bambino assonnato che cerca di prenderne di nascosto dai suoi genitori, il rumore della radio in sottofondo, i colori degli scaffali pieni di mercanzia che quasi mi fanno girare la testa. eppure è gioia vera, come quella che nonostante tutto vedo nel paio di occhi stanchi. mi dicono che sono a casa, nella mia terra, la mia Patria, quella che ho servito e per il quale vale la pena di morire.. quella terra che prima di andare a dormire immaginavo dietro le stelle, con un percorso immaginario e veloce, come se potessi viaggiare come una stella cadente in orizzontale, con una parabola di pensieri che mi portava ad immaginare il mio balcone pieno di fiori e il letto con le lenzuola di lino che mi aspettava, l’abbraccio di mia moglie prima di dormire e lo sguardo di un figlio che ho abituato troppe volte a crescere senza la mia voce prima della notte fra i suoi sogni. come tutti i miei sogni che fermavo nella mente per assaporare il desiderio della libertà, come se li fissassi per riappropiarmi di una identità che il territorio fatto di monti e sabbia che sorvolavo ogni giorno mi aveva tolto nel corso di tutti i giorni passati sotto un sole mai spento con il vento che portava pensieri di morte e il suono della disperazione. un vento che non finisce mai e che porta odori e storie da scoprire, come nel libro del “cacciatore di aquiloni” non ricordo notte nella quale non ho pensato al viaggio di ritorno. e pensavo..io volo. ho volato sul mondo, un mondo che a volte sembra tanto piccolo. ma che nello stesso istante sembra dilatarsi in funzione del desiderio che ho di fermarlo. e mentre pago il caffè.. primo di rimettermi in marcia per arrivare a godermi l’abbraccio che mi manca da tanto, di fronte a quegli occhi da mamma stanca, mi viene in mente il colore delle valli che ammiravo per la loro profondità e per il loro cromatismo accentuato e inizio a pensare che dovrei catalogarli come “ricordi”… ricordi che passano, diventano storie da raccontare, momenti da rivedere magari solo con l’occhio di un viaggiatore di fronte ad una birra tra amici che ingigantiscono le parole per dare risalto al loro “ego” martirizzato dalla routine. salti di pietra, feirte nella terra e mari fatti di onde di polvere passano adesso in una parte della mia mente, solo per dire… io ho visto. ma adesso voglio di nuovo appropiarmi di ciò che è mio. voglio di nuovo sentirmi parte di un mondo fatto di verde, di alberi e di boschi magari anche di luci e di cemento, di stress da traffico e da cultura decadente… ma mio. un mondo mio… come mai prima d’ora volevo che fosse.

tribute to the bravest

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dedicato alla “linea”, ovvero omaggio a chi mi ha accompagnato nel viaggio verso l’inferno e ritorno, un viaggio di 20 ore di volo, dall’afghanistan all’oceano indiano, sulle foreste di mangrovie che coprono la foce dell’indo. un viaggio che ha toccato la massima difficoltà nel passaggio da kandahar a sukkur, con punte di 51° ed il 60% di umidità.
mi ricordo di aver scritto queste parole al ritorno nel mio container. quello che chiamavo casa e dove in 8 mq dormivamo in 3.
….

siamo tornati oggi.. un lenzuolo bianco con scritte blu ci ha salutato dopo una fatica immane. era spontaneo, sincero ed il contrasto raccontava di sole e luce e di sudore e fatica. era il segno che anche un posto del genere può diventare il miglior posto dove tornare.
la felicità è stata enorme, grandissima. avrei voluto ringraziare tutti ma erano già impegnati a scaricare l’elicottero e forse…non avrò mai l’occasione, forse per mia discrezione, forse per la mia timidezza latente, forse per paura di essere retorico o romantico.
non avrò mai il coraggio per dire loro, magari ad ognuno di loro singolarmente, quanto li ho ammirati, quanto ho usato la loro forza per sopravvivere ai momenti di sofferenza, quanto mi sono nutrito del loro conforto e della loro goliardia..
forse non avrò mai il coraggio per rappresentare loro il mio ringraziamento per la loro indomita passione, per la loro coesione, per la loro metodica, forse perchè ammetterei allo stesso momento la mia debolezza e con loro non mi sono mai sentito debole.
non avrò mai il coraggio di dire che pur conoscendo ognuno di loro perfettamente, perchè li ho osservati, ascoltati e giudicati sempre di sottecchio, sono rimasto sconcertato dalla loro unione.
Era il collante per le difficoltà, più era difficile e arduo il compito o la situazione, più uno di loro aveva un sorriso o una battuta per rinfrancare tutti gli altri. dall’agilità e la correttezza del silenzio dei più giovani alla incredibile energia dei più attempati.
e forse quando tornerò nella casa che ho sognato per mesi, sfiorando i capelli di mio figlio che dorme, dopo che il tempo avrà appiattito la rabbia e il furore… ci saranno visi e voci che comunque non dimenticherò.
per il solo orgoglio di aver fatto parte di loro.