quando le persone diventano grigie

10380922_577496939035402_1356448352871444334_aLa notizia è uscita sul giornale.

Antonio si è tolto la vita con i fili elettrici.

L’avevo visto un mese fa.

Di passaggio, come tante altre volte negli ultimi anni, quei “ciaovecchiocomestai?”, quelli che ti lasciano solo 30 secondi di tempo nel suo spazio e poi vai via e lui fa altro e tu fai altro. Eravamo stati insieme un po’ di anni fa. Io da capetto e lui subordinato. Persona schiva, lavorava duro, sotto pressione, in condizioni a volte molto dure. Chiacchiere di fronte a una birra, il più e il meno, a volte anche il meno e basta. Era sposato al tempo, figli, solite cose: quel posto è meglio dell’altro, lì si mangia bene, quello evitalo, mi piacerebbe una moto, il mio sogno è viaggiare, mio figlia ha fatto questo.. insomma uno spaccato di ordinarietà in luoghi poco ordinari, con un mestiere che tanto ordinario non è. Continua a leggere

a quelli che sono lontani da casa..

Auguri di buona Pasqua.

A loro, principalmente a loro, vanno i miei auguri. A quelli che sono lontani per scelta o per dovere.

A tutti quelli che pensano che di notte, nel silenzio, i desideri possono viaggiare più lontani. A quelli che si addormentano pensando al profumo della pelle dei propri bambini, a quelli che desiderano vedere il sole tramontare dietro le loro montagne o sul mare che profuma di alghe. A quelli che ogni notte chiedono aiuto ad un Dio qualunque per il bene dei propri cari, a quelli che sognano di sfiorare il seno della propria donna, a quelli che sognano il proprio piatto preferito cucinato dalle loro madri. A quelli che, guardando le stelle, pensano al proprio figlio mentre guarda lo stesso spicchio di cielo. A quelli che provano a ricordare messaggi che arrivano nei sogni, a quelli che nel silenzio di una notte ovunque versano lacrime per non esserci.

A due di loro in particolare, privati della libertà con l’inganno, chiusi in carcere per aver solo eseguito un ordine. soffocati dal silenzio di chi, quell’ordine, l’ha dato.

A tutti loro va il mio rispetto la mia preghiera. Buona Rinascita. Buona Pasqua. Sperando solo che tutti quelli che si vedono in TV a far proclami, a qualsiasi titolo, possano rinascere con altre facce, senza interessi personali e sopratutto con le idee.

 

dedicato a voi..

lo scirocco muove serramenti e persiane. le nuvole scure passano sull’orizzonte modificandosi nel corpo e nei colori sopra uno strato di nero che brilla delle luci della notte. in lontananza si vede una strada. di quelle fatte di auto che vanno di fretta e che tornano a casa prima di cena.  case calde, senza vento. pochi giorni a Natale.

il mio pensiero torna a strade di terra ocra e a case di fango. va a mondi lontani fatti di spazi e di silenzi. mondi dove colleghi lavorano ogni giorno per qualcosa di nascosto e pericoloso. amici che parleranno con i figli attraverso un microfono. un pezzo di plastica che prende quel poco di te e lo trasferisce lontano. a 5000 km dal fuoco e dalla tombola fatta con i pezzettini di mandarino.  a 5000 km da figli, mogli, padri e dal profumo di casa.

io sono con voi senza alcuna retorica. mi sento molto più vicino a voi ora che quando ero lì. ricordo tutte le sere di fronte alle chiacchere, quelle che servono a nascondere la malinconia, quelle che aiutano a non pensare e che aiutano a fumare senza paura…  se può esservi d’aiuto sappiate che sono fiero di conoscervi e che vi porto nel cuore. quel cuore che mi ha imposto di scrivervi queste righe.

auguro a tutti voi, buon lavoro e buon natale.. pensate ogni notte a quel  bavaglino pieno di minestrina che profuma di infante, al sapore del vostro vino o a quello di un suocero burbero e fiero, al profumo della vostra donna anche se rompe. ma l’avete cercata, ci avete costruito qualcosa insieme,  l’avete voluta.  in fondo è per loro che siete li.

da veri italiani, al lavoro, a soffrire in silenzio per altri. quelli che in cravatta un posto simile non l’hanno mai visto e che non immaginano nemmeno. quelli che usano le parole e non sanno cosa sono i fatti, quelli che rinnegano il senso della storia di un paese e che alzano il dito medio a ogni cosa che identifica il tricolore.

questa invece è la nostra di storia, questa è la nostra vita. buon natale ragazzi. vi ammiro davvero.

(dedicato a tutti gli equipaggi impegnati in afghanistan ed ai loro commilitoni).

 

caprarola 15 luglio

Madonna della Consolazione. Il nome è già un invito.
21 anni fa iniziavo qui la mia vita di marito e poi di padre. Ci torno oggi per onorare un collega.
Uno che non conosco ma che mi ha portato fin qui perchè una notte insonne mi dice che glielo devo e perchè troppe cose ci accomunano.
Come la chiesa.
Fatta di pietra e di stucchi, di cornici dorate e di affreschi sbiaditi, di quadri e di reliquie e di voti ingialliti. Era piena di fiori l’ultima volta che l’ho vista. Oggi era piena di dolore, quello silenzioso come il viso dei genitori, impietriti di fronte ad un tricolore poggiato su una cassa di legno. Un basco e le medaglie. Due colleghi a protezione ci guardano con gli occhi spenti. Fuori, due pagine a4 stampate al computer e attaccate con lo scotch dicono da che parte entrare e da quale uscire. Per regalare un ultimo saluto ad un Italiano, fra due cesti di fiori discreti poggiati all’ingresso e un registro fatto di firme nere di altri italiani.
Come la gente.
Silenziosa, abituata a lavorare nei campi e sulle salite aspre di un borgo poggiato sulle pendici di un vulcano. Persone semplici, oneste, che vivono la terra e il paese come la casa e la famiglia. Persone anziane con le buste della spesa, la signora con il “pompiere” nella bustina di carta, pronto per il pranzo, vestagliette a fiorellini da casa, ciabatte, magliette senza orpelli. Qui non conta apparire. Qui conta esserci. Un vecchio signore si appoggia ad un bastone fa fatica a camminare, è magrissimo e curvo su se stesso. Nonostante tutto si avvicina alla bara, ci si inginocchia davanti fra mille fatiche e con la stessa difficoltà si rialza per poi voltarsi verso i parenti. Non riesce a modulare il volume della sua voce e nel silenzio irreale risuona come un pugno in faccia la sua voce che dice “facemose coraggio..” e mentre lo guardo andar via sento il caldo delle lacrime che mi bagna il viso.
Come Caprarola.
Fatto di tufo. Fatto di scale e di finestre messe alla rinfusa, incastrate come nelle costruzioni dei bambini, senza un criterio, in un intrigo di balconi, di comignoli e di tetti. Un posto dove i panni si stendono su carrucole arrugginite e fili di canapa, dove al posto delle fioriere si usano barattoli di conserva e ci si piantano dentro gerani e petunie. Un posto fatto di vicoli freschi dove piccole botteghe vendono spicchi di cocomero e verdure assortite sotto immagini sacre adornate da lumini. Un posto verde di boschi e di rupi, di fronde che si muovono sotto il vento che si incanala dentro impluvi profondi.
Un posto che si sogna quando si è lontani e che spesso, durante la notte mentre si guardano le stelle, si pensa essere vicino vicino, sotto l’ultima stella in fondo a destra di quell’immenso lenzuolo nero fatto di silenzio.
Come Baqwa
Dove ragazzi come lui, vestiti di verde, protetti da corazze bollenti sotto il sole infinito, sorridono ogni volta che ci atterri per portare pane, acqua e viveri. Dove non esistono boschi, dove non ci sono fronde ma dove un ragazzo di 28 anni, lontano dal suo mondo, compie il suo dovere di italiano e chiude gli occhi un’ultima volta, sognando il giorno della licenza che arriverà fra breve.  Dove invece, il caso sceglie lo stesso ragazzo che però chiude ancora gli occhi, chiamando forse il buon Dio o la mamma, prima di capire che il verde dei suoi  boschi non lo vedrà mai più..
Come la Patria
Quella cosa che si porta sul braccio fatta come uno scudetto sulle maglie dei calciatori.
Quella cosa che per un giorno solo ha avuto modo di conoscere il mio nome. Quel nome che magari sarà dato ad una via o ad una piazza, dove, come oggi, bambini in braccio alle mamme, incuranti del dolore e della sofferenza, ridono e mandano baci. Quella Patria che manda uomini in cravatta a ridacchiare nei banchi di una chiesa dove si celebra un funerale.

Tu non mi conosci. Mi chiamo Bruno e forse abbiamo volato insieme.
Ti ho visto stamani, o meglio, ho visto il tuo basco e le tue medaglie..
Ti sono venuto a salutare. Sono venuto a vedere la bandiera sul tuo corpo.
Per ricordarmi che anche io sono italiano…

come se non bastasse..

si chiama roberto. è originario del paese di mia moglie.

è morto oggi.

nella polvere di un paese lontano, sotto il sole senza fine, fra le strade di una storia che non ci appartiene. è morto oggi, un ragazzo come tanti. un ragazzo che obbediva al suo paese. è morto con un tricolore sul braccio lontano dai boschi del suo lago, dal tufo delle cantine e dai vicoli scoscesi di un paesino inerpicato sul costone di un vecchio vulcano. è morto lontano dal suo verde, dal clima fresco e gentile dell’estate sotto i cimini. ha chiuso gli occhi invece su una strada senza alberi, fra case di mattoni e bambini sporchi, fra campi nascosti di oppio e fra bottiglie di plastica di acqua bollente.

mi chiedo che senso ha.

ogni volta me lo chiedo. pur credendo nel profondo significato del termine PATRIA. mi chiedo che senso ha oggi. quando la politica è sempre più distante dalla verità, quando il MIO presidente del consiglio non è mai stato a vedere, anche se fra i mille salamelecchi che avrebbero ammorbidito la pillola, come vive un italiano nella polvere. mi chiedo che senso ha quando il nostro intero sistema è in preda ad una bufera, quando i nostri manager evitano il contatto con le folle, quando un politico per sposarsi deve scappare dalla gente, quando un sistema intero coincide con la biografia e gli interessi di una sola persona, mi chiedo che senso ha morire a baqwa. PATRIA. me lo chiedo confrontando la tua foto con l’immagine di Bossi col dito medio alzato.. e mi vergogno ancora una volta. perdonali perchè non sanno cosa significa morire per questa terra, perchè non sanno cosa significa soffrire a 5000 km da casa, respirare aria che non è tua, vedere colori che non sono tuoi.

roberto, mi commuove la tua storia. come tante altre viste dal vivo ma sono cosciente che il tuo sacrificio non servirà a nessuno. tantomeno alla nostra Patria. servirà a qualcuno solo per deviare l’interesse su altri argomenti.

forse servirà a te, per raggiungere prima del previsto,  la pace che meriti.

buon viaggio ragazzo. che tu possa riposare in pace fra i boschi accanto al lago dove trovavi sollievo dal caldo dell’estate. un estate troppo calda quest’anno..

Polveri Afghane | Shoot 4 Change

un reportage effettuato da un ex collega. anche lui, ha immortalato la polvere ed il mondo immenso, senza ombra ed estremo di un posto che nessuno ha mai conosciuto a fondo. tanti ci hanno provato, tanti hanno rinunciato. solo i locali riescono a vivere in un posto dove non esistono alberi e dove l’acqua è rara come i diamanti ma si calpesta ghiaia fatta di lapislazzuli..

Polveri Afghane | Shoot 4 Change.

auguri

ieri sera ho incontrato un vecchio compagno di scuola. ho parlato con lui quanto bastava per rendermi conto che mi invidiava. mi invidiava così tanto che mi ha messo in difficoltà, senza sapere chi fossi e solo sulla base di uno stereotipo piuttosto banale. non ho proseguito nella conversazione perchè era evidente che non era obiettivo e che pregiudizialmente aveva già una opinione circa la mia vita. ho provato a spiegare che non tutto ciò che appare è così magnifico e sereno come potrebbe sembrare. sono tornato sotto una pioggia fredda verso la macchina, sotto luminarie sempre accese e negozi vuoti di desideri. ho pensato a quello che ha detto. “dovresti soffrire come ho sofferto io. dovresti ridere alla vita, sei un fortunato..” non mi spiego perchè ha voluto tramortirmi con quella sua frase.

non sa chi sono, mi ha perso 25 anni fa. non sa cosa è passato in questo tempo. ci ho pensato tutta la notte. gli avrei fatto vedere cosa hanno visto questi occhi, cosa hanno sentito queste orecchie. cosa ha provato la mia anima quando avevo paura, paura di non farcela di fronte a cose troppo più grosse di me.

gli avrei raccontato volentieri delle lacrime che aprono la strada sulla polvere della pelle. quelle che fatichi a tener nascoste. quelle che mascheri come moscerini negli occhi. ha ragione, sono un fortunato. ho una famiglia e non mi manca nulla. ho perso un pò del mio tempo a pensare a tutti quelli che in qualche modo hanno toccato la mia vita. per augurare loro la serenità vera, non quella apparente. non quella di un bel giaccone e di una cena al ristorante. dietro le persone ci sono sogni, lacrime, speranze, dolore. aloni scuri sono spesso dietro occhi truccati, dietro sorrisi felici.

vorrei che tutti quelli che leggeranno queste righe pensino al cielo di ieri, lo stesso cielo che ho sognato la notte mentre ero lontano dal verde di questo paese. anche se gelido e pieno di nubi era il cielo della mia città. della mia nazione.

vorrei salutare tutti coloro che sono lontani, quelle persone eccezionali che vivono realtà durissime a migliaia di km dal loro focolare. vorrei dedicare loro il mio più caro augurio di buon natale invitandoli a non mollare, con il pensiero più sincero rivolto al loro prossimo rientro. a quando qualcuno li abbraccerà di nuovo e magari qualcun altro dirà loro che sono dei fortunati.

fortunati come erano quei 5 ragazzi che ho avuto l’onore di incontrare mentre rientravano chiusi in sacchi di plastica neri. sacchi che spesso riappaiono nelle mie notti da persona comune. io non sono un fortunato. non mi invidiate. non sono uno da invidiare. io sono solo uno che c’era. che è passato. che ha fatto quello che poteva. forse neanche tanto bene.

ripeto che vorrei non aver visto.. e mentre tutti si affannano a cercare un pacchetto da regalare, ho pensato che il miglior pensiero da dedicare a me stesso era quello di non dimenticare. per capire che forse la vera fortuna è quella di essere ancora qui fra le braccia di chi amo. buon natale ai vostri genitori, alle vostre mogli e fidanzate. Ai vostri figli al quale spero voi possiate insegnare cosa significhi amare. buon natale all’italia, un posto che anche sotto la neve rimane come il fuoco di casa. Una delle cose che non si possono comprare sotto le luci dei viali..

buon natale.. senza invidia.