l’anatema

Schermata 2017-08-06 alle 12.24.11Mi auguro, un giorno, che tutto quello che avete lasciato, tirato, abbandonato in mezzo alla strada, possa tornare di nuovo, TUTTO, sulla strada.
Si, me lo auguro.

Mi auguro che il riassunto delle vostre vite, fatto di bottiglie di birra, di ombrelli rotti e colorati, di sacchetti di mcdonald consumati in auto, di pannoloni pieni di liquami, di bicchieri di plastica delle vostre feste di compleanno, torni sul sedime stradale.
Delle vostre strade.
Di quelle che vi portano a casa.
La vostra casa.
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..è solo colpa nostra

Ho letto stamattina presto l’articolo che parla di degrado e di immondizia.
Ho aggiunto un commento fino al limite di caratteri imposto dal sistema ma avrei voluto scrivere molto di più, addirittura lo avrei urlato. Non so esattamente cosa, ma avrei urlato volentieri di rabbia. Forse per la mia frustrazione, forse per avvilimento, per rassegnazione associate anche al rimpianto e ai ricordi.
Una prova, l’ennesima, che documenta lo stato di degrado e conseguente declino di un piccolo tesoro che abbiamo la fortuna di possedere.
Ma anche la prova che anche altri vedono lo stato in cui versa la città.
Una prova che non sono l’unico a rimanere scandalizzato dalla situazione.
Di fronte all’articolo però, non ho potuto far altro che ammettere che nulla è servito.
Io ci avevo provato. Avevo provato a creare un gruppo, a richiamare periodicamente dei volontari.
Poi, di fronte alle continue defezioni ed al disinteresse comune ho rinunciato, conscio di essere sempre più un don chisciotte in mezzo a tanti mulini a vento (anzi, vista la costituzione fisica molto più sancio panza).

Ho commentato dicendo che, personalmente, ho perso.
Non ho rimpianti ma ho perso tempo che potevo dedicare alla mia famiglia, ho perso tempo nello scrivere cose e articoli, a fare foto, ho perso tempo nel cercare di organizzare raduni, flash mob, nel tentativo di richiamare l’attenzione. Ho perso tempo cercando di evitare che tutto finisse in propaganda e in rissa, come la prima volta che abbiamo organizzato la prima uscita di “viterbo pulita” dove un cittadino apostrofò l’allora assessore Arena e quasi venivano alle mani.
Ho perso tempo o semplicemente, ho perso e basta.

Ma non ho perso solo io.
Abbiamo perso tutti.
Abbiamo perso la nostra integrità, sempre più attenti al nostro e sempre meno al comune, al pubblico.
Abbiamo perso il senso della comunità, del vivere bene, la consapevolezza che ciò che abbiamo deriva dal sudore e dalla fatica dei nostri avi e che se lo mantenessimo e lo migliorassimo ne fruirebbero i nostri figli e i nostri nipoti.

Si chiama normalizzazione della devianza. Un termine che identifica l’assuefazione al brutto, al negativo che, con la reiterazione e l’abitudine, diventa poi lo standard con il quale ci confrontiamo quotidianamente..
Ho personalmente rinunciato al gruppo (viterbo pulita), al rastrello del sabato mattina o della domenica.
Anche se quel rastrello mi ha concesso delle gioie enormi, come la signora dal balcone con la “parannanza” che bolliva il ragù della domenica e che ad ogni costo voleva sapere chi eravamo e cosa facevamo, o come la mamma che mi ha chiesto il numero telefonico per aggregarsi alla prossima uscita.
Gioie estemporanee che si sono arenate nel limbo della devianza.

Un limbo, uno stato di cose che è riscontrabile ovunque.
Come a casa mia, dove in 20 famiglie, sono il solo ad accorgersi che qualcuno ha lasciato un brick di succo di frutta nell’androne e dove lo stesso brick rimane nell’androne per giorni senza che la mamma del bimbo maleducato, che conosce che il contenitore del nutriente succo di frutta lo ha dato lei al bimbo, anche passando più volte, non degna del minimo interesse il rifiuto isolato.
Come sulla strada, dove mia moglie raccoglie una agenda gettata da un finestrino da una macchina in corsa  e dopo averla inseguita si sente rispondere dalla moglie del guidatore che l’agenda non è roba loro, mentre il marito annuisce il contrario e il bimbo dietro si chiede il perchè della scena.
Come i ragazzi a piazza del Sacrario che gettano a terra bestemmiando ciò che mangiano tanto poi quella plastica o quella carta diventeranno arredamento come il peperino antico tagliato dalla sapienza degli artigiani.

Ho perso. Abbiamo perso.
Lo capisco. Ci sono altre priorità. L’aeroporto, le terme, il lavoro, l’edilizia stagnante ma questo è parte del nostro giornaliero modo di vivere.
E’ vero che la crisi è anche in Comune e che le casse comunali sono vuote ma questo non toglie a nessuno di noi il peso delle nostre responsabilità. Se ognuno di noi, nel proprio piccolo, in un giorno qualsiasi, fosse più attento al nostro mondo, a quel mondo piccolo di provincia fatto di cose genuine, fatto di pietre e di tufi, fatto di boschi e di ricche campagne, forse, e lo dico sperando, potremmo vivere tutti un pò meglio.
Potremmo tornare a camminare felici di farlo, respirando l’aria dei nostri alberi, accompagnando la gioia dei bambini mentre si rotolano sull’erba, contenti solo di lavare i pantaloni sporchi di verde e non di una qualsiasi altra deiezione.

La causa siamo noi. Il Comune avrà le sue responsabilità e non è compito mio appurarle.
Io da semplice, ultimo cittadino penso solo che basterebbe un briciolo, solo un briciolo di attenzione in più.
Ciò che è la fuori, in fondo, è anche vostro.. ed è anche mio.

NB: è stato pubblicato sul quotidiano online Tusciaweb il 1° maggio 2012 qui.