3 settembre: il diario.

14196186_1051160228335735_1461711589606877584_oE’ iniziata presto ieri.
Solite cose: notte insonne, motorino col pieno, macchine fotografiche e batterie cariche, maglietta di ricambio e caffè rituale.
Da andare a prendere subito, sotto la torre, bendata dai teloni. Continua a leggere

Aspettamo và…

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Shhhhhhh ho sentito un discorso…
I soliti due vecchietti, sulla panchina, parlano di qualcosa che succederà fra poco…

– Lo sae?

– C’ho dà sapè?

– Che manca poco!

– A che manca poco?

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i vecchietti e l’economia

ioI soliti due, stavolta il discorso verte sul concetto di denaro, sull’economia e sulla Brexit. Non ne sanno nulla, non la capiscono ma l’idea di fondo che ne esce è uno concetto primitivo di “ricchezza”. Forse l’unica cosa che dovrebbe e potrebbe riportarci a galla.

Eccoli che si incontrano, al solito posto, shhh… ascoltiamo.

–       Eccote và!

–       Zitto và, so tornato ier’assera da Roma, pensavòmo che c’era meno traffico ‘nvece è pieno dè magnapriscutte da gnì parte. Le maghine fijo mio, ma come cazzo se fa a vive llà pè dddì llì? Ce vònno li straccali pè li cujoni.. Continua a leggere

la città che vorrei…

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la città che vorrei…
è un posto sicuro dove collocare la mia indentità, dove la sua storia insegni alla mia, giorno dopo giorno, ad essere migliore. E’ un posto dove la mattina le persone si alzano presto e vanno al lavoro, senza necessità di dover apparire per ciò che non sono, senza il culto dell’ultimo momento, senza essere schiavi del proprio tempo. Un luogo dove i nonni portano i nipoti in scuole pulite, senza pericoli, dove i bambini giocano a palla per le vie senza auto, dove i giardini siano case per mamme e nonne in pace col cuore. Un posto che sia vivo sempre, non solo il 3 settembre, intraprendente nella politica, indipendente dal sistema.

Un posto che permetta la possibilità di scelta, in modo urbano e democratico, di ogni progetto, dove si possa condividere la multa al “signor Bianchi” in rete e subito dopo vederne l’utilizzo della rendita a fattor comune, un posto dove magari non ci sono marciapiedi ciclabili ma ci siano strade sicure e senza buche, un posto nostro dove gli ospiti stranieri ci aiutino a diventare migliori e non ad essere peggiori. Un posto dove la sera si possa passeggiare, a piedi, anche nelle periferie, senza paura. Dove l’informazione sia condivisa, i progetti siano aperti, dove il potere sia la forma migliore dell’intelligenza comune e non l’utilizzo di piaceri ad amici compiacenti.

La città che vorrei è fatta di pietre antiche, di cantine, di contadini, di persone oneste, di sagre e di cose semplici, è fatta di cielo terso di tramontana e di serate fresche d’estate, di mosto nei vicoli e di persone che parlano di figli e di idee. E’ fatta di eventi dove la gente partecipi per il solo piacere di ascoltare, dove i ragazzi parlano e non bevono, si amano e non si drogano, dove il meglio della nostra storia non passi ad altri ma rimanga a noi ed il peggio degli altri rimanga fuori dalle nostre mura.

La città che vorrei è dove i padri non si preoccupano per le serate dei figli ma si aggregano con altri padri e si curano del loro futuro, prima che del proprio. E’ un posto senza fretta, senza stress, senza il traffico autoreplicato, dove si possa imparare piuttosto che insegnare senza titoli. una città musicale fatta di gente che vive insieme ad altra gente, di profumi, di nipoti, di fiori.

Un posto dove poter andare al cimitero, a far visita al proprio nonno e raccontargli che anche grazie a lui succede tutto questo.

..estate…

un cirro come un arco sottile si stampa nel blu sempre più profondo della notte che arriva.. si poggia sotto il gran carro. fra poco si dissolverà come l’afa di un giorno troppo lungo con la madre del sole..prati di erba ocra ridotti a paglia sottile con piante trasformate in chiodi di legno fragile.

e di notte si brama ghiaccio… oltre l’orizzonte

il bilancio “de li goji”

2011 finito.. è tempo di bilanci e in tv normalmente li rappresentano con una serie di immagini montate a dovere sottolineate, di norma, da musiche che richiamano la pelle d’oca all’istante. ..  riassunti di scene tratte dalla cronologia dell’anno passato,  che colpiscono e che miscelano emozioni,  entusiasmanti vittorie e infiniti dolori, lacrime di gioia o di rabbia, vittorie sportive alternate a fatti di cronaca e immagini di catastrofi. Cosa ci ha lasciato il 2011? personalmente se dovessi pensare al 2011 ricordo immediatamente lo tsnunami, fukujima, la fine di un “puttaniere” e la crisi della finanza che poi dicono che è la nostra. poche cose.

Se circoscrivo i miei ricordi relativamente al mio ambiente, al posto in cui vivo, allora le cose, invece di semplificarsi si complicano. Eggià, perchè la mia mente da “homo poco herectus e molto etruscus” mi rammenta solo una serie di proclami fatti sulle testate lcoali, una serie di battibecchi, fatti dai “gerarchi” locali, dai capi della banda bassotti, basati sulla filosofia del bar dello sport del tipo: “noi avemo fatto què, voi nun avete fatto gnente”, “..ma che state a ddì, n’sete bboni a girà manco la sufaja”… 365 giorni basati sui proclami, sulla pubblicità progresso, sull’ostentazione di quel poco che si fà e sul misero dissenso  (ridicolo e fatto solo di letterine) di quelli che chiamano “opposizione”.  Scenario da dilettanti, vergognoso.

Uno scenario che ci ha portati al 75° posto nella classifica della vivibilità delle città, dove lavoro,  affari, ambiente, salute, servizi diventano nel quotidiano i sogni di una città intera. Un posto dove i vari politici locali, perdono tempo a scontrarsi in combattimenti di fioretto verbale sulle testate locali, dove le chiacchere superano di gran lunga i fatti, dove il sindaco in persona, si permette, dopo che lo Stato gli ha ingiunto di scegliere quale carica mantenere fra quella di sindaco o di parlamentare, di dire quanto riportato in questo articolo, senza nessuna remora ne consapevolezza della situazione. La mia città, la nostra città è in balia del nulla. Parole che compongono frasi in burocratichese, politichese, che raccontano come costruire, edificare, seguire, percorrere, gestire condite da termini come comunicazioni, contratti, editti, revisioni, compromessi, dilazioni, detrazioni, revoche. insomma ci avete rotto..

Ci vogliono fatti. Ci vuole coraggio, ci vuole trasparenza  e onestà, ci vuole concretezza. lasciate perdere le battaglie verbali e mettetevi di buona lena al servizio della gente. La gente in voi non ci crede più. Vi prendono per il culo. Vi daranno un voto? Vale più della vostra dignità? Chissà se “l’arciducasindaco” (come lo chiamano su queste pagine) si è reso conto dello stato di degrado in cui versa la città da lui amministrata (anzi governata visto che lui ha responsabilità politiche e non amministrative, cit.), che alcune zone della città sono ormai occupate da soli stranieri, che sono inaccessibili anche dalle forze dell’ordine, che l’immondizia e l’inciviltà sono le uniche cose che rimangono nei ricordi dopo aver visto la città, che pure le righe di mezzeria del semianello sono venute storte.. Mi chiedo se non sarebbe meglio avere meno pansè gratuite sulle rotonde e un pò di asfalto in più, magari pagato, sulle buche delle strade. Mi chiedo se non sarebbe meglio avere servizi di polizia locale efficaci, mi chiedo se non sarebbe meglio avere meno facciata e più sostanza.

Io ho un sogno. un posto, una città dove sia tutto trasparente, dove si possano vedere su un sito le entrate e le uscite del comune, ad iniziare dalle singole contravvenzioni, per poi riuscire a capire come vengono spesi i soldi che paghiamo di acqua, immondizia, ici, imu o quella che sarà. Un posto dove lo spazio sia diviso in zone, e dove ogni zona sia responsabilità di una ditta di pulizie e che siano pagati in funzione del risultato e non delle giornate di lavoro (ci sono cittadini che segnalano operai sotto le piante a dormire.. mi hanno detto che sono demotivati!), un posto dove maggioranza e opposizione si scontrino sulle idee e non sull’ideologia, un posto dove nonni e nipoti giocano sereni fra giardini e sotto storici paesaggi.

Basterebbe poco, le grandi cose si fanno con la condivisione delle idee. si guardi alla filosofia dell’open source, sfruttiamo le idee della gente, magari l’uovo di colombo e nell’ultimo barbone in fondo a destra.. Noi tutti sappiamo che non ci sono soldi.. ma sembra che non ci sia “manco la voja”. D’altronde siamo lo specchio della società politica italiana. Chiacchere, gossip, apparenza e poltrona condite da 200 mila leggi e 2 milioni di deroghe alle stesse.

La filosofia del punto interrogativo ovvero basta aggiungere un punto interrogativo alla frase per cambiare il senso: la legge è uguale per tutti?  Ho convocato per caso il consiglio comunale per dare le dimissioni? (cit.).

Volevo aggiungere una sola cosa. Siamo così poveri di idee che, solo per aver scritto due articoli condivisibili su un giornale, parecchia gente mi ha chiesto di presentarmi in politica o di partecipare con loro in diverse fazioni. Io in politica? Non credo ne di avere conoscenze ne di avere appeal. Sputo e rispondo male, sono brutto e sbaglio i congiuntivi… non fa per me.. quindi, se qualcuno rispondesse a queste righe sappia che non ci sono velleità.

Preferisco essere un cittadino vessato, onesto e dotato di dignità propria piuttosto che un “politico”.

Ah dimenticavo! Nel 2011 c’è stato un altro evento che mi ha colpito profondamente. Figlio della controcultura, irascibile e alternativo, un vero incubo per i suoi collaboratori ha però, con le sue idee, cambiato in meglio la vita di molti. E’ morto Steve Jobs!

auguri da una cena di 35 anni fa..

ho percorso la strada per tornare a casa, in periferia, accompagnato dalla musica disordinata della radio. pubblicità in sottofondo, luminarie accese sulle vie di una città abbracciata dal tramonto. ho visto un camino di una casa far salire un fumo denso verso le nuvole scure di una serata qualunque e mi è tornata in mente una sera di tanto tempo fa.

forse 35 anni orsono. il ricordo è reale. mi tornano alla mente anche gli odori, i rumori di quella Viterbo…

….

il sacco di iuta sporco di polvere di segatura e riempito di legna, attraversava la porta di casa, rumorosa di bambini e di parenti, sulle spalle curve di mio zio, uno burbero scapolo di 70 anni che aveva fatto la guerra e che parlava poco per evitare ricordi. lasciava il sacco di legna vicino la stufa economica e subito ne prendeva due piccoli pezzi per rinforzare il fuoco che scoppiettava all’interno della piccola fornace. con calma chiudeva il sacco con una piega della iuta, lasciandolo nell’angolo della piccola cucina, pronto ad ospitare uno dei gatti che ci si sarebbe accomodato sopra a godersi del tepore del fuoco.

mia nonna, nel caos di una cucina troppo piccola per preparare la cena per 15-20 persone, citava un proverbio: “brodo lungo e seguitate”, per rassicurare quelli che si preoccupavano del fatto che altri parenti si erano aggiunti alla cena e le provviste erano rimaste invariate.. avrebbe aggiunto altra mollica di pane all’impasto delle polpette per farle risultare un pò di più.

bambini da famiglie diverse si organizzavano per apparecchiare una tavola troppo piccola con delle prolunghe di compensato che si nascondevano, nei giorni normali, dietro una porta secondaria. avrebbero aumentato la capienza e avrebbero fatto la gioia dei bambini permettendo loro  di scrivere sul compensato con le penne dopo che la tovaglia sarebbe stata tolta.

mio zio, dopo aver lasciato la legna, si accomodava sul divano, spegnendo il contatto con il mondo, con un gatto sulle gambe ed un fumetto di tex willer e kit carson sulle mani. un fumetto che durava un mese esatto, fino alla prossima uscita.

avevo 10 anni, forse 12-13. osservavo e partecipavo. apparecchiavo con i miei cugini e le mie sorelle sotto le indicazioni dei vari genitori.

tutti insieme.  bicchieri scompagnati, piatti diversi, forchette di un tipo e coltelli di un altro. si faceva l’idrolitina solo su una bottiglia, poi c’era l’acqua naturale del rubinetto.

in mezzo al tavolo il bottiglione del vino da due litri preso da “Carlino” di sotto,  il Bar che magari aveva anche un altro nome ma che noi associavamo al nome del proprietario, oste gentile e sagace. aveva frigoriferi con i vetri a maniglioni e serviva i “quartini” invece del caffè o delle merendine. i gelati erano solo quelli da 50 lire. cornetti e coppe rica erano roba da ricchi. c’era sempre odore di cantina e di caffè misto a vino.

la cena iniziava alle 7 di pomeriggio con i cazziatoni delle donne ai mariti, figli che spizzicavano quanto c’era di già pronto. si mangiava nel casino, ma seduti, composti, fra aneddoti, risate, storie di mondi lontani raccontate da un altro zio, anche lui scapolo, che dopo le esperienze della guerra, aiutava mio nonno insieme all’altro zio, nella falegnameria di famiglia. era sempre provvido di storie che ci lasciavano incantati, che mischiavano verità a finzione, che alternavano avventure e paesaggi a lezioni di vita.

aveva occhi azzurri ed un sorriso pieno di fascino che si contrapponeva alla bonaria scontrosità del fratello.

la cena dell’ultimo dell’anno.

si prendeva uno spumante brut da poco (per le donne) e “il trionfo di bacco”, uno spumantino rosso fatto di zucchero in bustine per gli uomini. si prendevano schiaffi per il troppo chiasso o per aver rotto un bicchiere. si mangiava qualcosa di ognuno ed il cibo rispecchiava la personalità del preparatore. c’era quello austero, quello grasso, quello sofisticato e altezzoso, quello povero e primitivo. ma eravamo tutti seduti sotto lo stesso tavolo. in una forma di dignità familiare unica, accomunati da un senso di appartenenza alla famiglia ed alla città.

si usciva poco prima di mezzanotte sul balcone che dominava i tetti di pianoscarano e san pellegrino. una vista mozzafiato fatta di tufo e di camini, disegnata dalla luce gialla dei lampioni di ferro. si aspettava con trepidazione l’urlo dell’anno che muore colpito dalla polvere da sparo dei pochi fuochi di artificio e dal tanto rumore dei mortaretti. si accendevano i bastoncini pirotecnici innocui che lasciavano scintillare stelline di fuoco. ci abbracciavamo e ci baciavamo. alcuni venivano presi in braccio e coccolati. alcuni venivano baciati mentre già dormivano. e l’anno nuovo entrava nella casa con la speranza di una vita migliore.

quella che forse abbiamo raggiunto. o crediamo che sia.

percorro la strada che mi porta a casa, al semaforo mi suonano e imprecano contro di me perchè ho atteso un nanosecondo di troppo.

una signora su una macchina enorme fuma e telefona mentre si avventura in un incrocio come un kamikaze arriva al posto di blocco che deve far saltare. due ragazzi sputano a terra, uno ha i pantaloni che si tengono in piedi solo grazie all’escrescenza che ha fra le gambe.

pioviggina. una signora anziana con un foulard in testa e le pantofole cerca di scavalcare fra l’immondizia per portare il suo sacchetto nel cassonetto.

somiglia a mia nonna. chissà se ha preparato la cena come la facevamo noi..

arrivo a casa, parcheggio la mia auto. un sms mi informa che hanno detratto dal mio conto una spesuccia fatta da poco ad un distributore. noto con dispiacere che quei numeri sono sempre più alti. “vabbè dai.. faccio pochi chilometri”.

il 2012 stà arrivando. è l’anno della profezia. e se fosse vero? potrebbe avere un senso. dopo un anno fatto di macerie, di terrorismo mediatico e di crisi che c’è e non c’è.

Domani scatterà su ogni led, su ogni orologio, su ogni display, su ogni agenda.

lascerà alle sue spalle 12 mesi di bugie e di sacrifici, di indignati e di prostitute, di arroganza e di rinunce.

mentre salgo le scale penso che il mondo nel frattempo è cambiato e che non si può correr dietro ai ricordi. mi chiedo: ma sono felice come quella sera? mi dico di no.

 

Ovunque siate, auguri ai viterbesi veri, quelli che amano questo posto e quelli che portano nel cuore il profumo delle botti e delle cantine, a quelli che vorrebbero vivere in una città degna di questo nome.. a quelli che la sognano quando sono lontani dal caldo del proprio camino, dal profumo dei propri bambini e dalle labbra della propria donna.

Auguri soprattuto a Viterbo che dopo tutto quello che gli fanno.. se li merita proprio.