piccole soddisfazioni

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il 9 maggio 2009, per l’inserimento di una foto su britannica online avevo scritto della mia soddisfazione, il 31 maggio avevo ricevuto una menzione speciale al concorso nazionale “the wall” ed era la seconda dell’anno. oggi ho ricevuto una mail da una utente flickr che mi ha detto che la mia foto di roma (santa maria degli angeli) è stata scelta per un catalogo. mi ha mandato la richiesta per l’inserimento ed io ho accettato. sono quelle piccole soddisfazioni che ti dicono.. in fondo non sono poi così capra..

dopo tanta pioggia..

>sono tornato dopo 5 ore sotto il sole. dopo 5 ore fra la brezza leggera che sale sulle pendici del cimino ed arriva sulla sommità seguendo il profilo del rilievo. aria fresca, che muove le foglie delle betulle e dei tigli che ornano le case intorno, aria fresca che muove i prati di graminacee spontanee che fanno da cornice a strade, recinti, vialetti, confini. aria fresca che passa come una carezza sulla pelle che cuoce sotto il primo sole dotato di potenza estiva.

circondata dal verde dei boschi che si muovono ed ondeggiano sotto gli aliti di quella brezza, la mia piccola stazione di ripristino capacità, il mio rifugio contro lo stress si presenta come un pezzettino semiordinato di mondo coperto di erbetta tagliata, con una casetta di un improponibile arancio, coperta di tegole marroni e di una baracchina per il ricovero di attrezzi a buon prezzo di obi.
un pezzo di mondo recintato da erba e da altri pezzi di mondo. ognuno con una personalità. la mia è ancora piuttosto disordinata, contrariamente al carattere che mi contraddistingue. è disordinata perchè è un misto fra il carattere del precedente padrone e l’esultanza dei nuovi. io e ida infatti siamo coinvolti, entusiasti e a nostro modo, estremamente vulnerabili alle nuove idee. talmente infervorati dalla nuova avventura che siamo poco ragionevoli.. tutto e subito, pur di avere una parvenza di ciò che ci aspettiamo. già, cosa ci aspettiamo? forse un angolo di verde fra le montagne viterbesi, un posto dove cuocere sul fuoco leccornie per noi e per gli amici, un posto dove leggere un libro sotto l’ombra di un ombrellone di fronte al bosco ed alla tuscia vista dall’alto. una angolo dove mettere fiori, coltivare zucchine e pomodori solo per dire..queste vengono dal nostro mondo, dalla nostra terra. la nostra terra.. che strano dire queste parole. qualcosa che ho cercato, dopo 20 anni di lavoro, come un bene rifugio, che pensavo di avere da sempre, che pensavo fosse più grande.. ma la crisi, il dollaro, le case, i beni si rimpiccioliscono in funzione di parametri che, chi si adopera a risparmiare, disconosce completamente. e dopo 20 anni e i sogni di avere una villetta, sono riuscito a trovare una stanza con un piccolo giardino intorno.
potrei esserne deluso. invece sono fiero. io e mia moglie siamo fierissimi, di qualcosa che è solo nostra. e dopo 5 ore sotto il sole a far scendere gocce di sudore dalla fronte, ad avere le mani che fanno male per sforzi mai compiuti, sporchi di ogni fibra vegetale e di polvere e terra, la soddisfazione è enorme.
difficile da spiegare.
mi sono reso conto che mentre percorrevo la strada per tornare in città.. un sottile sorriso compariva sul mio viso. l’ho notato. ho guardato mia moglie. lo aveva anche lei…

buonanotte alessandro…

una canzone di newton faulkner mi accompagna nel mio piccolo mondo fatto di un letto che inizia a profumare di pelle e non di bucato. si chiama “teardrop”.. è il rifacimento di una vecchia hit dei massive attack. bellissima.
la voce mi avvolge come una coperta leggera, come un bicchiere di armagnac di fronte al camino…
oggi è piovuto.
per la seconda volta in un anno..
l’acqua ticchettava sul tetto di plastica del container. svegliarsi presto e vedere l’ocra diventare marrone. marrone e grigio senza soluzione di continuità.
dopo due ore, ho visto di nuovo il mondo sotto la polvere.
ho visto la polvere scoprire le vette delle montagne verso il selseele ye.
la valle dell’harirud era coperta da un velo altissimo di strati e sotto invece un turbinio di limo sospeso.
litometeore le chiamano. si infilano sotto le labbra, entrano nei denti. raschiano il morso. fanno sputare. fanno star male in un paio di giorni.
cime bianche in lontananza, domani dovrebbe piovere di nuovo.
mi sono trovato a scrivere per avere un pò di ricordi da organizzare. per poi tornare a paragonare ciò che a volte disprezzo, che rinnego.. e che invece amo da impazzire. il mio PAESE.
ci ho pensato prima di dormire, mentre la sigaretta spenta sul vecchio barattolo di pelati usato come portacenere diventa polvere da sollevare con il prossimo vento. ho pensato che fra qui ed il letto di mio figlio c’è lo stesso cielo.
le stesse stelle.
ho pensato che avrei voluto vederlo di nascosto suonare la sua chitarra..
ho pensato che oggi il sole che si nascondeva dietro le nubi qui era lo stesso che faceva brillare di verde le mie montagne.
ho pensato che gli avrei dato la buonanotte come ogni sera..
ho pensato che era ora di dormire..
buonanotte figlio mio.. sotto le nostre stelle.

>la sedia ed il piatto vuoto

>una giornata di nubi e di cielo sempre grigio, polvere in sospensione, facce nascoste dall’elmetto che si si susseguono sotto le pale dell’elicottero.
208 persone.
tutte sanno chi sono. tutte hanno ricevuto il breifing. tutte hanno ascoltato quello che il capitano doveva dire loro. 208 persone sanno chi sono.
ed io..
non avrò nulla da ricordare. non un viso, non un nome, non un sorriso, nessuna storia, nessun particolare.
solo numeri, solo peso, solo kili da trasportare. solo facce sotto elmetti.
come la sedia vuota con il piatto apparecchiato nella mensa di farah, in memoria dei caduti. solo una sedia ed un piatto vuoti.

sono arrivato stanco… nel mio container grigio come le nuvole di oggi. forse il mal di schiena accentua la malinconia. la schiena ancora urla e la mattina è come alzarsi da un letto di patatine che scrocchiano.

208 persone.
mi incontreranno e mi saluteranno con più foga solo perchè sanno che ero il pilota che li ha portati in volo.

ho acceso l’ipod. c’era una canzone degli U2, si chiama MLK. la voce di Bono mi ha avvolto come un abbraccio.
ho sentito il naso che iniziava a pizzicare. ho pensato a quando parlavo a mio figlio che mi dormiva sul petto, appena nato.
ho pensato alla gioia che può regalare un ritorno a casa.
ho pensato a tutti quelli che erano passati sotto il mio sguardo oggi e che magari potevano pensare le stesse cose.
sono uscito a fumare.
ho visto una luna leggera sotto un manto di nuvole.
ho pensato che la stessa visione la poteva vedere mio figlio che non dorme più sul mio petto..
ho pensato ad un anno e due mesi in questa terra ed alla ninna nanna che cantavo per farlo smettere di piangere..

Sleep
Sleep tonight
And may your dreams
Be realized
If the thunder cloud
Passes rain
So let it rain
Rain down him
So let it be
So let it be

>ancora 11 giorni

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volevo fare un sacco di cose oggi. ma mio suocero è più rapido di me. mi dice di prendere le mie cose e di andare a prendere un pò di pioggia in campagna.
forse ho fatto bene.
il mio umore è come il cielo di oggi.
colorato come un barattolo di antiruggine, a metà fra il marrone ed il grigio scuro.
invece ho trovato la linfa della mia vita. c’era il silenzio, quello che ti fà sentire il vento e i rami che sbattono fra loro. c’erano cani che si rincorrevano tra i latrati. c’era una piggia sottile ma non era freddo.
la pioggia rende tutto umido e appiccicoso ma è come una liberazione se vuoi pensare ad un “non luogo” che ti aspetta. ti lava via i pensieri. i rami degli alberi ti rovinano le mani, senti piccoli tagli e le mani sporche di ogni genere di umore. ma più sono sporchi i palmi delle mie mani, più diventa libera la mia mente.
è l’effetto della fatica e della natura. senti che sotto il poncho il sudore ti bagna la schiena, senti che la schiena guaisce come cani intorno. sporco, bagnato.. ma ti senti libero.
felice.
felice per avere un pezzo di mondo solo per te.
felice per respirare solo aria e non macinare pensieri.
felice di vedere tua moglie che arriva come la cavalleria e ti porta un pezzo di pizza calda..

dicono che le persone semplici sono sempre felici…
forse perchè vivono di fatica, forse perchè vivono di natura. o forse perchè non hanno paura di perdere nulla..
io non ho moltissimo. quello che ho me lo sono sempre sudato. ma adesso ho paura di perdere tutto..
è una sensazione che si descrive a fatica.
è come quando arriva tuo figlio a casa e tu lo baci nonostante sia più alto di te, lui ti guarda ride e ti dice: “..zo vuoi?”.
è come quando prendi le mani di tua moglie e sono più calde di quanto ti aspetti.
è come quando vai controvoglia sotto la pioggia ed invece ti senti bene a diventare zuppo.
è come quando passi fra i borghi e noti le cose che prima non avevi mai notato. la legna sotto le scale, i camini che fumano, le nonne con i nipoti che vanno a predere il pane. il pane fresco e pieno di farina. il caffè del bar che non avevi mai notato. i signori di una certa età che parlano fuori dal bar tra sciarpette dai colori improponibili e coppole di lana.

percezione. è come aumentata. ingrandita, esposta ad un giudizio e ad un processo di elaborazione dati più rapido.
mi accorgo di saltare a piè pari dei pensieri..
non seguo la stessa logica di sempre.
mi accorgo che alcune cose mi toccano e prima nemmeno le notavo.
stò diventando vecchio..
già.. mi piace fare la pipi in mezzo ai boschi, e sentire l’acqua che scivola sulle guance, vedere il giaccone impregnato di gocce..stò diventando vecchio.

poi torno verso casa..

in fondo cosa sono? 5000 km, 2 mesi….
quanto ancora?
11 giorni..

>prima di partire.. -20

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un velo di arancione si stende sopra i cimini. è un sottile strato di cirri con l’alba alle spalle.. il sole sospira lentamente il suo alito per poter sollevare la luce sopra gli strati di erba umida e fredda e i tetti di cotto in lontananza. colombe che passano sul cielo terso e degradante dall’ arancio, al verde, al celeste.
parte da est e uno sguardo copre tutti i colori del suo spettro. fino a sopra la mia testa. un solo movimento e vedo tutti i colori.
vedo un mondo fermo.
io non riesco più a dormire.
mi sono svegliato per il caldo di un piumone troppo alto. o forse per la voglia di caffè.
mi preparo ad un giorno facile, uno di quei giorni dove si dispensano sorrisi, dove si và al supermercato come tutti, dove si incontrano amici di 5 minuti. dove si massifica anche la risata ed il modo di parlare..un giorno facile.
non come gli ultimi.
il ricordo delle feste mi perseguita. avevo un sacco di progetti. un mare di foto in testa, di immagini da ricordare e da raccontare… invece influenza e ospedali mi hanno ricordato che
ci sono anche il dolore e la sofferenza.
è passato, sarà per la prossima..
invece fra poco andrò di nuovo dove le aquile passano più alte. già.. ancora una volta.
un posto dove, prima di partire, cerchi il caffè la mattina, dove devi scrivere in una busta chiusa, le istruzioni per risolvere una crisi improvvisa a tua moglie.. dove si respira aria buona e dove alcuni non andranno mai. dove invece io ci ho già passato un anno. negli ultimi 3.
non dormo.
forse avevo voglia di caffè.. o forse ho solo … paura.
una volta ancora.

via lattea (vista dall’afghanistan)

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il cielo è nero come catrame liquido, come anima sporca d’odio, come sangue senza ossigeno, come la profondità del mare lontano…
mezzanotte e mezza..
le stelle vibrano e pulsano come piccole candele lontane nel nero.
non c’è la minima luce ed il campo è soltanto polvere nera di sonno e di ronde che spazzano tempo e spazio intorno.
ragni grossi come pugni arrivano furtivi sulla ghiaia, scrutano il nulla ed il silenzio e poi tornano in anfratti ancora più neri.
il silenzio accompagna i passi delle mie scarpe sotto la coltre nera della notte, sono piene di polvere. ormai è entrata nelle cellule del tessuto, ha deflorato la superficie del cuoio con la patina di ocra e di finta morbidezza che copre tutte le imperfezioni della tomaia come se fosse una maschera di cerone sul viso di una attempata signora.
polvere..
ogni tanto arriva sotto i denti e ne modifica il morso, la senti e la passi sulla lingua per sputarla ed evitare che possa martirizzare ancora il tuo intestino come una pestilenza che entra da tutti i pertugi.
la senti sulle mani, sui capelli corti, sulle pieghe della pelle, sottopelle come se fosse entrata, silenziosa e infida come un virus… ma finalmente non la vedi….
è tutto nero.
la polvere non si può vedere.
ma si vede il cielo… torno a guardare ..
provo pace anche se i brividi mi percorrono la schiena, soffro per il rumore di insetti enormi che rovinano la pace dell’udito.
sento i capelli sulla nuca che si alzano in funzione di brividi che arrivano per il freddo e per quel pizzico di paura atavica del buio.
ma è bello, troppo bello. mai visto un cielo cosi..
penso che se aspetto un pò potrei anche vedere lampi di fuoco che solcano il cielo e che portano desideri di bambini e ottimi auspici.
mi fermo a guardare e mi accendo l’ennesima sigaretta come se fosse l’unica compagna che può condividere con me tanta maestosità, tanta bellezza.
mi siedo sulla panchina bianca di legno rovinata dal tempo e dalla brutalità degli spostamenti, ma adesso è comoda e mi permette di appoggiare la schiena all’indietro per ammirare il buio e l’immenso. il tizzone della sigaretta imprime una macchia nei miei occhi ormai adattati al buio. aspetto che passi ..e poi la vedo.
vedo la via lattea.
per la prima volta.. a casa l’ho sempre presunta. non l’ho mai vista davvero, ho sempre pensato che fosse li e che ci fosse, l’ho sempre data come se fosse un postulato, una prova di fede, sulla fiducia. ma non l’ho mai vista davvero.
ieri sera si appoggiava come un batuffolo di cotone sul nero, lambiva scorpione da sud e poi saliva curva nel cielo fino a cassiopea verso nord est..non credevo nemmeno fosse vera.. nel candeliere dell’universo era cosi netta che sembravano cirro cumuli nella notte.. ma rimaneva li senza muoversi. ho aspettato che il profumo del tabacco bruciato arrivasse nelle narici. mi sono reso conto che la sigaretta si è spenta quando il fumo ha terminato la sua corsa estinguendosi sul filtro e sulla carta. era sempre li..ho pensato a quante persone l’hanno vista, a cosa hanno mai pensato vedendo tanto spazio pieno di solitudine. ho pensato ai guerrieri antichi che si riposavano su improvvisati giacigli sotto questa coltre. ho pensato a quanti sogni ha accompagnato questo tappeto di luci.. piccole, lontane ma antiche e misteriose..
ho pensato che potrebbero essere già morte mentre le vedo. ho pensato che potrebbero vedere quello che non vedo e che mi manca.. ho respirato ancora la polvere.. poi ho aspettato per pochi secondi come se sapessi che sarebbe poi arrivata….. un filo di luce da ovest verso est.. veloce… un lampo.. ho espresso un desiderio … poter vedere mio figlio in sogno, mentre dormo.. come se fossi vicino a lui.. e potergli dare la più bella delle buonanotti.. sotto un cielo di stelle.