Viterbo pulita! Speriamo sia solo l’inizio!

appena rientrato trovo l'articolo su Tusciaweb.eu

ore 6,56. il tuono mi sveglia dal sonno prodotto da una serata di bagordi tra amici. l’aria fresca del mattino e l’odore di polvere bagnata sono come uno schiaffo amplificato dallo spavento per il rumore prodotto dal temporale.

nooooo!!! doveva suonare fra poco la sveglia! mi ha rubato 4 minuti. poi realizzo che la pioggia, su base statistica oggi non sarebbe dovuta scendere.

realizzo anche che lo spirito civico è solubile in acqua.

noooo!!. che jella. stamattina avremmo dovuto pulire il quartiere, per la prima volta, con l’aiuto delle stesse istituzioni comunali che a causa di qualche “problemino” di bilancio, hanno un pò abbandonato i quartieri ma si sono messe in prima fila per dare una mano… ho “messo su” (passatemi il viterbesismo esasperato) un casino inimmaginabile per un “umano” e stamani cosa fa? Piove!

Penso che arriverò al luogo dell’appuntamento da solo.. e con il conforto e qualche usuale “cazziatone” di mia moglie che mi segue anche in questa ultima follia, arrivo al punto di ritrovo. Piove ancora ma con minore consistenza.

Alle 8 in punto sono da solo con un una signora che parcheggia e che ha scritto in faccia che è qui per me.. anzi per Viterbo. La fisiognomica non è mai stata riconosciuta come scienza esatta ma stavolta colpisco nel segno. Dopo il caffè al bar torno e siamo già 5 di cui 2 giornalisti. Sono terrorizzato.. e adesso?

inizio ad avere paura che tutto si trasformi in un megaflop.

Piano piano arrivano altri e compaiono, in mano al presidente dell’associazione Santa Barbara, le magliette che ho ideato, che Marcosano ha fatto stampare e che il Sindaco ha pagato di tasca sua.

Alle 8,20 siamo 13 e altri stanno arrivando.

Il sindaco arriva con l’abito in macchina perchè poi dovrà andare a sposare in comune. Si mette a torso nudo e si infila la maglietta di Viterbo pulita di fronte a tutti. Io uso la sacrestia della chiesa sperando di non spaventare gli astanti e nemmeno il crocifisso con la mia schiena da orso.

Fra due chiacchiere da bar, arriva anche il pulmino del CEV che ci fornisce un po’ di materiale (che comunque avevo portato anche da casa).

Mi sento tanto Paperino in una delle punizioni inflitte da zio Paperone.

Eppure sono felice, sotto il sole umido di una mattina di luglio, con in mano un bastone con un chiodo all’estremità per raccogliere l’immondizia auto-costruito fregando il nastro adesivo dalla cassetta dei lavori di mia moglie.

Adesso c’è il sole e l’umidità tende ad attaccare la maglietta al corpo e a far sentire il caldo vero e non quello da agitazione. Iniziamo a raccogliere i segni dell’inciviltà e mi rendo conto che arrivano altre persone. Sotto le panchine del parco giochi di fronte alla chiesa ci sono centinaia di carte di gomme e di caramelle, segno che le mamme e i bambini non si curano affatto dei prodotti di scarto che producono. Come tutti in Italia d’altronde.

Mia moglie trova un freno a disco mentre una signora con il cane ci chiede se si può aggregare.

Un signore con una carrozzina elettrica, non potendo aiutarci con le gambe, fa da spola con i rifiuti sui cassonetti e porta le magliette ai nuovi arrivati. Si aggiungono un padre e due bambini, un dottore, un colonnello in pensione, e 4 ragazzi. Siamo a regime una trentina e ci muoviamo per via Biga di Castro. Una signora applaude dal 4 piano di via santa barbara e ci dice: “braviiii!!!”. Gli faccio cenno di scendere e lei dall’alto mi dice: “c’ho ‘l sugo sul foco..”

Che meraviglia!

Passa una persona ed apostrofa l’assessore in malo modo. Capisco che non ha capito nulla di ciò che succede e di ciò che facciamo. Penso che, per fortuna, le persone che non hanno collegamenti fra cervello e lingua sono poco mattiniere. MI spiace ci siano comunque episodi simili di fronte a sforzi, atti e volontà estremamente positivi.

ESEMPIO. Questo è quello che dovremmo produrre, nei confronti di tutti. Anche di quel personaggio che passando sfoga la sua rabbia su una persona che in quel momento avrebbe potuto godersi la famiglia e che invece raccoglie merda dalla strada.

Non ha capito nulla. A volte capita..

La rabbia si combatte con la calma e l’ignoranza con l’esempio.

Lo scempio del parco su via della Biga di castro in 10 minuti si assottiglia e si miscela con l’odore della paglia bagnata per poi finire nei cassonetti della piazza di fronte.

“Quelli del comune” (assessori e consiglieri con la fronte sudata e con le mani sporche) prendono appunti su alcuni difetti e cose da sistemare e ne annotano diverse. Io, nel frattempo, li osservo di sottecchio.

Alle 10 in punto come promesso, ci spostiamo a fare colazione. Colazione pagata da Marcosano, Arena, Sabatini.

Facciamo amicizia con i presenti, ci scambiamo mail, numeri di telefono e pagine web. Si parla del più e del meno, di figli e di nipoti, di conoscenti comuni e di aspettative per il futuro. Sabato mattina magnifico.

A prescindere dai risultati, dalla politica, dai villani e dagli scortesi.

….magnifico a prescindere…

link alla galleria di immagini , alla nota ufficiale del Comune e qui siamo finiti su Repubblica!!

10 anni fa il mio primo sito.

Ho trovato, dopo tanto tempo, il mio primo sito sul web. Appoggiato alle pagine di Libero, sulla comunità di Digilander, avevo creato queste pagine solo per mettere dentro i miei disegni e i miei quadri. Tutto fatto con Microsoft Frontpage, e paint shop pro per i titoli e le immagini. Non avevo nessuna velleità ma mi paiceva solo l’idea che anche io avevo uan pagina web nel mondo nuovo, almeno per me, di internet.

le promesse contro la verità


Leggevo, come ogni volta che ho il tempo di farlo, la pagina del nostro quotidiano cittadino online.

Mi sono fermato a leggere ciò che scrive Rinaldi concordando pienamente sulla seconda parte scritta in grassetto.
Poi ho fatto una scorsa leggera su ciò che riferisce Parroncini, su quello che dice Trappolini, con quello che dicono i giovani UDC ed infine mi sono fermato sulle dichiarazioni di O’leary e mi è passato un sottile sorriso sulla bocca, non per ciò che avevo letto ma per la grande quantità di parole e di persone che si interessano alla vicenda dell’aeroporto a Viterbo.
Ho pensato che parecchi sono animati da sano e solido fervore politico, ci sono persone che tengono alla rinascita di questa ridente cittadina..
Ebbene, nel frattempo mi sono imbattuto anche nei commenti della Destra e in quelli di Fersini e non ho potuto fare a meno di condividere tutti questi articoli sulla mia pagina di facebook, come faccio spesso per raccontare a tutti i miei amici ciò che leggo e quello che succede da queste parti. Già perchè ho amici che vivono lontano, persone che come me, sono di questa terra, di questa città fatta di tufo e profumata di cantine, che vivono realtà diverse a 5000 km di distanza, in un posto, come l’Afghanistan, dove si muore per portare cibo ad altri esseri umani e dove, ogni notte, si sogna tra le stelle fredde di un cielo senza luci, il verde dei monti cimini.
La mia è una forma di condivisione di gioie e di dolori.
Per chi l’ha provata, lontano, solo e nelle difficoltà, è una sorta di focolare di “Verghiana” memoria. Una forma di copertina di Linus, che si avvicina la notte per sentire il profumo di troppo tempo passato a contatto della propria propria.
Ho riguardato la mia pagina personale di facebook e mi è venuto improvvisamente un dubbio.. ma è davvero possibile che nessuno se ne accorge?
Da ogni parte politica, da ogni settore di pensiero, da ogni lato dell’intelligenza della tuscia, da ogni quartiere, da ogni vicolo, da ogni piazzetta arriva un lamento continuo, flebile, sommerso. Un lamento che chiede concretezza, realismo, un lamento che proviene dal profondo, dallo stato di indifferenza generalizzata del Paese, dove il gossip di taluni conta più del malumore di tanti altri, e perdonatemi l’anafora, un lamento che mal si concilia con le ostentazioni di sicurezza e di efficienza dei manager cittadini.
A dir la verità poco si vedono ultimamente.
Io mi chiedo se possiamo realisticamente parlare di questi grandi progetti (l’aeroporto) quando a malapena riusciamo a essere efficienti all’interno delle mura, mi chiedo se è proficuo perdere energie e tempo (lasciamo perdere il denaro visto che spendiamo soldi per le ciclabili..) quando ogni giorno ci sono disservizi che sono il termometro dell’inefficienza cittadina. Mi tornano in mente le parole di un mio vicino di ombrellone illustre, un certo Giampaolo Pansa, che nel 1993 ad Alghero, dove abitavo da 4 anni, mi diceva che in Italia (lo scriverei minuscolo) le scelte non sono dettate dal buongoverno ma dal mantenimento o dal consolidamento del personale tornaconto di pochi.
Faccio due esempi di realismo applicabile.
Nel mio quartiere (santa Barbara) non vedo un “apetto” del CEV da mesi e se dovessero passare quando io non ci sono, i risultati sono comunque da oltraggio al pubblico pudore. Non si riesce a far cambiare un senso unico nonostante raccolte di firme e le azioni intraprese in forma ufficiale direttamente in Comune (vedi Fersini). Non si percorre una strada decente da anni, non c’è modo di regolare il traffico sulla Teverina nonostante tutti si lamentino del fatto dove comunque si è costruito una rotatoria con raggi di curvatura del trenino Lego. la zona industriale del poggino ha una strada che è meno disconnessa di quella che ho trovato a Kabul nel 2005, buttiamo soldi per costruire una pista ciclabile (che al contrario della strada accanto è liscia e senza buche ma ahimè senza i clienti che scorrono accanto) e seghiamo alberi quando basterebbe potarli.
Il verde pubblico è regolarmente manutenzionato solo nelle vie visibili e in quelle di accesso alla città, non sia mai viene qualcuno.. (date uno sguardo a prato giardino e passeggiate a piedi dall’ellera verso la quercia).
Nel frattempo abbiamo reso ridicola anche la raccolta differenziata al centro storico e ci si prepara al peggio ogni volta che PIOVE!! (fortunati i tedeschi e i nordici, da loro il clima è così clemente..)
E nel mentre, fra rotatorie piene di petunie e sensi unici ormai inamovibili, parliamo dell’aeroporto a Viterbo.
A Viterbo.. capite? Non siamo in grado di gestire quello che abbiamo..
Permettetemi.. non è qualunquismo o nichilismo.
E’ una forma di rabbia nei confronti del grande sonno.
Oggi non serve più apparire.
Bisogna provare ad Essere!!!
su su.. vi prego…
svegliamoci…

still astonished


still astonished
Inserito originariamente da bruno

pensavo di fare foto. sono arrivato a ground zero una mattina freddissima di gennaio. ho camminato lungo il perimetro del sito e una cosa che ho notato era il silenzio. si sentivano rumori flebili del cantiere. ho visto la parete che ricorda la squadra dei pompieri. se non erro era la squadra 34. ci sono dei fiori vicino ad un albero di natale impolverato con tutti bigliettini di preghiere e di saluti. poi siamo saliti verso l’edificio del’american express. un corridoio di vetri dà la visuale sul sito. è enorme. la quantità di acciaio e di attrezzatura edile è impressionante. ci sono pali, lamiere, tubi e fili ovunque. due rettangoli neri si scorgono con dettaglio. sono i buchi che diverranno fontane verso il centro della terra.
20 anni prima ero salito su uno di quei simboli del potere, del successo, del sogno americano.
ora guardo il paesaggio e ho l’impressione di sentire ancora le grida..
ho una sensazione di gelo alla schiena.
faccio una foto di mia moglie e di mio figlio che guardano il sito.
per dire che ho visto e che non lo dimenticherò mai.

ricordi confrontati

il sole splende in un cielo limpido, velato di sottilissimi cirri che ne riempiono delle piccole porzioni mantenendo azzurro tutto il resto.
è sabato.
il sabato del mercato, il sabato che mia nonna usava per prendere un pezzettino di porchetta da condividere con due zii scapoli che avevano fatto la guerra e che vivevano con i miei nonni, aiutandoli in una piccola falegnameria di via del ponticello.
sotto il cielo azzurro mi compaiono i loro visi, ricoperti di rughe e le loro mani piene di tagli e di calli, abituate alla fatica ed agli attrezzi.
il centro della mia città è sotto la luce che preferisco, quella che nasconde ogni piccola particella di umidità in sospensione e che rende tutto limpido sotto. i muri e gli stucchi delle case sono vividi e l’ombra che si staglia fra le costruzioni e nera come la pece. i contorni delle finestre, le parti di peperino sono definite in ogni piccolo difetto, si sente l’odore del tufo e delle cantine fra i vicoli stretti di san pellegrino.
la mia città.
quella che amo.
quella che rivedo nei frantoi di pianoscarano e delle pietrare, quando si andava a prendere l’olio e il padrone del frantoio aveva una scatola di sale marino e una pagnotta di pane sempre pronta per far assaggiare l’olio che usciva dalle presse e dalle centrifughe.
notti passate con il piacere del sapore di campagna sulla lingua, mischiato all’odore di nazionali senza filtro degli operai e dei contadini che si sporcavano le mani con i sacchi pieni di olive.
oggi tutto mi ricorda che viterbo era anche questo. era genuina propensione al sacrificio ed al lavoro. era un pezzo di vecchia etruria abitata da discendenti definiti “burini” dai capitolini e fieri di esserlo.
continuo a camminare fra le vie pulite del centro, fra i cestini e portaceneri nuovi, fra badanti russe e spicchi d’aglio venduti dai cinesi. si sentono le urla dei venditori napoletani di abiti usati, invocano folli sconti e regalano sorrisi macerando sigarette fra le labbra.
trovo sempre meno indigeni fra i banchi, vedo sempre una mia vecchia compagna di scuola delle medie che ha un banco al mercato e non ho mai il coraggio di salutarla. il sacrario vive di suoni e di colori oggi. è meraviglioso anche se un pizzico di malinconia mi ricorda mia nonna ed il porchettaro del mercato che gli dava il pacchetto fatto di carta straccia. un indiano mi sale su un piede e mi chiede scusa nella sua lingua, gli sorrido e mentre vado verso le poste un ragazzo che ha fatto sega a scuola mi “intruppa” (come avrebbe detto mio nonno) e nemmeno si volta a guardare il risultato della sua maleducazione.. guardo la piazza ed il mercato mentre salgo verso il comune. è tutto pulito, è sabato mattina. sono a piedi, non piove e mi godo il sole anticipato in un febbraio qualunque. la torre con l’orologio si fa fotografare con uno sfondo immenso di cielo azzurro.
torno a prendere la mia auto e mentre mi infilo nel traffico penso ai miei due zii, quelli che avevano fatto la guerra che quando dormivo a casa di mia nonna, mi portavano in falegnameria la mattina a fare colazione e con i trucioli di legno della pialla e della levigatrice, accendevano un piccolo fuoco sul pavimento di ardesia. prendevano un pezzettino di legno e mettevano a scaldare due salsicce che sudavano unto da poggiare su una rosetta tagliata per l’occasione. avevo 8 anni.
ho vissuto una vita cercando di tornare in questa città, perchè adoro il suo profumo senza mai sapere chi fossero guelfi e ghibellini. sapendo solo che avevano fatto le mura che regalano alla città una identità definita..
sono nel traffico ed il profumo di botti e di muffa delle cantine è scomparso.
vado verso il mio quartiere. lo chiamano quartiere dormitorio. quando sono tornato qui non era così. era bello. era sano. ci passo da una delle due vie che consentono l’accesso, passando sotto un ponticello di una ferrovia che ormai pochi usano. diecimila persone confinate su due ingressi alla viabilità ordinaria, o tramite una rotatoria (di cui ancora si discute, sulla teverina) e tramite questo tornante stretto sotto il ponte della ferrovia. ci sono immondizie ovunque. sono passato da un minuto su un viale dove prima c’era un giardino, accanto le scuole dell’ellera. ci andavo a prendere il sole mentre aspettavo mio figlio che usciva da scuola. c’erano le panchine. adesso è solo fango.
sono passato in via ticino, e non ho fatto a meno di notare ciò che c’era a terra, in via dora baltea.. stessa cosa.
vi scrivo perchè la malinconia lascia il posto alla rabbia e perchè ormai nessuno di noi pensa più al valore comune, alla identità che dovrebbe renderci fieri e combattivi di fronte ad un simile scempio.
vi allego le foto di questa mattina.
sotto un cielo azzurro, pensando al panino con la salsiccia cotto sul pavimento di ardesia.



la mia Viterbo..

l’altro ieri c’è stato un incidente che ha bloccato per tutta la giornata e la notte seguente l’intero traffico della città. Su un sito locale venivano riportate le notizie circa il blocco del traffico e la rimozione finale della cisterna. Nel contempo, ancora una volta, sullo stesso sito locale, venivano rivolte urbane proteste circa lo stato di degrado nel quale versa questa magnifica cittadina. Ancora una volta, l’assessore all’ambiente ed ai lavori pubblici Arena, rispondeva in malomodo a chi dimostrava dissenso. ho provato a rispondere al giornale ed insieme ad altri tre, siamo stati pubblicati integralmente sulla testata.
Il testo delle nostre risposte è questo

auguri

ieri sera ho incontrato un vecchio compagno di scuola. ho parlato con lui quanto bastava per rendermi conto che mi invidiava. mi invidiava così tanto che mi ha messo in difficoltà, senza sapere chi fossi e solo sulla base di uno stereotipo piuttosto banale. non ho proseguito nella conversazione perchè era evidente che non era obiettivo e che pregiudizialmente aveva già una opinione circa la mia vita. ho provato a spiegare che non tutto ciò che appare è così magnifico e sereno come potrebbe sembrare. sono tornato sotto una pioggia fredda verso la macchina, sotto luminarie sempre accese e negozi vuoti di desideri. ho pensato a quello che ha detto. “dovresti soffrire come ho sofferto io. dovresti ridere alla vita, sei un fortunato..” non mi spiego perchè ha voluto tramortirmi con quella sua frase.

non sa chi sono, mi ha perso 25 anni fa. non sa cosa è passato in questo tempo. ci ho pensato tutta la notte. gli avrei fatto vedere cosa hanno visto questi occhi, cosa hanno sentito queste orecchie. cosa ha provato la mia anima quando avevo paura, paura di non farcela di fronte a cose troppo più grosse di me.

gli avrei raccontato volentieri delle lacrime che aprono la strada sulla polvere della pelle. quelle che fatichi a tener nascoste. quelle che mascheri come moscerini negli occhi. ha ragione, sono un fortunato. ho una famiglia e non mi manca nulla. ho perso un pò del mio tempo a pensare a tutti quelli che in qualche modo hanno toccato la mia vita. per augurare loro la serenità vera, non quella apparente. non quella di un bel giaccone e di una cena al ristorante. dietro le persone ci sono sogni, lacrime, speranze, dolore. aloni scuri sono spesso dietro occhi truccati, dietro sorrisi felici.

vorrei che tutti quelli che leggeranno queste righe pensino al cielo di ieri, lo stesso cielo che ho sognato la notte mentre ero lontano dal verde di questo paese. anche se gelido e pieno di nubi era il cielo della mia città. della mia nazione.

vorrei salutare tutti coloro che sono lontani, quelle persone eccezionali che vivono realtà durissime a migliaia di km dal loro focolare. vorrei dedicare loro il mio più caro augurio di buon natale invitandoli a non mollare, con il pensiero più sincero rivolto al loro prossimo rientro. a quando qualcuno li abbraccerà di nuovo e magari qualcun altro dirà loro che sono dei fortunati.

fortunati come erano quei 5 ragazzi che ho avuto l’onore di incontrare mentre rientravano chiusi in sacchi di plastica neri. sacchi che spesso riappaiono nelle mie notti da persona comune. io non sono un fortunato. non mi invidiate. non sono uno da invidiare. io sono solo uno che c’era. che è passato. che ha fatto quello che poteva. forse neanche tanto bene.

ripeto che vorrei non aver visto.. e mentre tutti si affannano a cercare un pacchetto da regalare, ho pensato che il miglior pensiero da dedicare a me stesso era quello di non dimenticare. per capire che forse la vera fortuna è quella di essere ancora qui fra le braccia di chi amo. buon natale ai vostri genitori, alle vostre mogli e fidanzate. Ai vostri figli al quale spero voi possiate insegnare cosa significhi amare. buon natale all’italia, un posto che anche sotto la neve rimane come il fuoco di casa. Una delle cose che non si possono comprare sotto le luci dei viali..

buon natale.. senza invidia.