pasqua 2014

A quelli che hanno perso il lavoro e a quelli che lo cercano senza speranza, a quelli che soffrono e che sono lontani da chi amano, a tutti quelli che vivono il male di vivere e a quelli che vorrebbero donare la gioia che hanno a chi non la possiede. A quelli che combattono ogni giorno con i conti che non tornano, con le bollette, con l’ingiustizia, con il dolore, con la passione perduta e con la corruzione. Ai “superiori” che definiscono imbecilli  quelli che non la pensano come loro, a quelli che ti invidiano perché possiedi passioni, a quelli che denigrano le idee solo in funzione del proprio vantaggio, all’Italia, alla mia città, perché possano creare di nuovo padri e figli e la smettano di creare orfani di idee e di storia.

A quelli che mangiano agnello e a quelli che non vogliono farlo, a quelli che alla Pasqua ci credono e a quelli che no.. A tutti voi. Auguri di cuore, nella speranza che, per una volta, si possa davvero rinascere.

holy friday

a quelli che sono lontani da casa..

Auguri di buona Pasqua.

A loro, principalmente a loro, vanno i miei auguri. A quelli che sono lontani per scelta o per dovere.

A tutti quelli che pensano che di notte, nel silenzio, i desideri possono viaggiare più lontani. A quelli che si addormentano pensando al profumo della pelle dei propri bambini, a quelli che desiderano vedere il sole tramontare dietro le loro montagne o sul mare che profuma di alghe. A quelli che ogni notte chiedono aiuto ad un Dio qualunque per il bene dei propri cari, a quelli che sognano di sfiorare il seno della propria donna, a quelli che sognano il proprio piatto preferito cucinato dalle loro madri. A quelli che, guardando le stelle, pensano al proprio figlio mentre guarda lo stesso spicchio di cielo. A quelli che provano a ricordare messaggi che arrivano nei sogni, a quelli che nel silenzio di una notte ovunque versano lacrime per non esserci.

A due di loro in particolare, privati della libertà con l’inganno, chiusi in carcere per aver solo eseguito un ordine. soffocati dal silenzio di chi, quell’ordine, l’ha dato.

A tutti loro va il mio rispetto la mia preghiera. Buona Rinascita. Buona Pasqua. Sperando solo che tutti quelli che si vedono in TV a far proclami, a qualsiasi titolo, possano rinascere con altre facce, senza interessi personali e sopratutto con le idee.

 

auguri da una cena di 35 anni fa..

ho percorso la strada per tornare a casa, in periferia, accompagnato dalla musica disordinata della radio. pubblicità in sottofondo, luminarie accese sulle vie di una città abbracciata dal tramonto. ho visto un camino di una casa far salire un fumo denso verso le nuvole scure di una serata qualunque e mi è tornata in mente una sera di tanto tempo fa.

forse 35 anni orsono. il ricordo è reale. mi tornano alla mente anche gli odori, i rumori di quella Viterbo…

….

il sacco di iuta sporco di polvere di segatura e riempito di legna, attraversava la porta di casa, rumorosa di bambini e di parenti, sulle spalle curve di mio zio, uno burbero scapolo di 70 anni che aveva fatto la guerra e che parlava poco per evitare ricordi. lasciava il sacco di legna vicino la stufa economica e subito ne prendeva due piccoli pezzi per rinforzare il fuoco che scoppiettava all’interno della piccola fornace. con calma chiudeva il sacco con una piega della iuta, lasciandolo nell’angolo della piccola cucina, pronto ad ospitare uno dei gatti che ci si sarebbe accomodato sopra a godersi del tepore del fuoco.

mia nonna, nel caos di una cucina troppo piccola per preparare la cena per 15-20 persone, citava un proverbio: “brodo lungo e seguitate”, per rassicurare quelli che si preoccupavano del fatto che altri parenti si erano aggiunti alla cena e le provviste erano rimaste invariate.. avrebbe aggiunto altra mollica di pane all’impasto delle polpette per farle risultare un pò di più.

bambini da famiglie diverse si organizzavano per apparecchiare una tavola troppo piccola con delle prolunghe di compensato che si nascondevano, nei giorni normali, dietro una porta secondaria. avrebbero aumentato la capienza e avrebbero fatto la gioia dei bambini permettendo loro  di scrivere sul compensato con le penne dopo che la tovaglia sarebbe stata tolta.

mio zio, dopo aver lasciato la legna, si accomodava sul divano, spegnendo il contatto con il mondo, con un gatto sulle gambe ed un fumetto di tex willer e kit carson sulle mani. un fumetto che durava un mese esatto, fino alla prossima uscita.

avevo 10 anni, forse 12-13. osservavo e partecipavo. apparecchiavo con i miei cugini e le mie sorelle sotto le indicazioni dei vari genitori.

tutti insieme.  bicchieri scompagnati, piatti diversi, forchette di un tipo e coltelli di un altro. si faceva l’idrolitina solo su una bottiglia, poi c’era l’acqua naturale del rubinetto.

in mezzo al tavolo il bottiglione del vino da due litri preso da “Carlino” di sotto,  il Bar che magari aveva anche un altro nome ma che noi associavamo al nome del proprietario, oste gentile e sagace. aveva frigoriferi con i vetri a maniglioni e serviva i “quartini” invece del caffè o delle merendine. i gelati erano solo quelli da 50 lire. cornetti e coppe rica erano roba da ricchi. c’era sempre odore di cantina e di caffè misto a vino.

la cena iniziava alle 7 di pomeriggio con i cazziatoni delle donne ai mariti, figli che spizzicavano quanto c’era di già pronto. si mangiava nel casino, ma seduti, composti, fra aneddoti, risate, storie di mondi lontani raccontate da un altro zio, anche lui scapolo, che dopo le esperienze della guerra, aiutava mio nonno insieme all’altro zio, nella falegnameria di famiglia. era sempre provvido di storie che ci lasciavano incantati, che mischiavano verità a finzione, che alternavano avventure e paesaggi a lezioni di vita.

aveva occhi azzurri ed un sorriso pieno di fascino che si contrapponeva alla bonaria scontrosità del fratello.

la cena dell’ultimo dell’anno.

si prendeva uno spumante brut da poco (per le donne) e “il trionfo di bacco”, uno spumantino rosso fatto di zucchero in bustine per gli uomini. si prendevano schiaffi per il troppo chiasso o per aver rotto un bicchiere. si mangiava qualcosa di ognuno ed il cibo rispecchiava la personalità del preparatore. c’era quello austero, quello grasso, quello sofisticato e altezzoso, quello povero e primitivo. ma eravamo tutti seduti sotto lo stesso tavolo. in una forma di dignità familiare unica, accomunati da un senso di appartenenza alla famiglia ed alla città.

si usciva poco prima di mezzanotte sul balcone che dominava i tetti di pianoscarano e san pellegrino. una vista mozzafiato fatta di tufo e di camini, disegnata dalla luce gialla dei lampioni di ferro. si aspettava con trepidazione l’urlo dell’anno che muore colpito dalla polvere da sparo dei pochi fuochi di artificio e dal tanto rumore dei mortaretti. si accendevano i bastoncini pirotecnici innocui che lasciavano scintillare stelline di fuoco. ci abbracciavamo e ci baciavamo. alcuni venivano presi in braccio e coccolati. alcuni venivano baciati mentre già dormivano. e l’anno nuovo entrava nella casa con la speranza di una vita migliore.

quella che forse abbiamo raggiunto. o crediamo che sia.

percorro la strada che mi porta a casa, al semaforo mi suonano e imprecano contro di me perchè ho atteso un nanosecondo di troppo.

una signora su una macchina enorme fuma e telefona mentre si avventura in un incrocio come un kamikaze arriva al posto di blocco che deve far saltare. due ragazzi sputano a terra, uno ha i pantaloni che si tengono in piedi solo grazie all’escrescenza che ha fra le gambe.

pioviggina. una signora anziana con un foulard in testa e le pantofole cerca di scavalcare fra l’immondizia per portare il suo sacchetto nel cassonetto.

somiglia a mia nonna. chissà se ha preparato la cena come la facevamo noi..

arrivo a casa, parcheggio la mia auto. un sms mi informa che hanno detratto dal mio conto una spesuccia fatta da poco ad un distributore. noto con dispiacere che quei numeri sono sempre più alti. “vabbè dai.. faccio pochi chilometri”.

il 2012 stà arrivando. è l’anno della profezia. e se fosse vero? potrebbe avere un senso. dopo un anno fatto di macerie, di terrorismo mediatico e di crisi che c’è e non c’è.

Domani scatterà su ogni led, su ogni orologio, su ogni display, su ogni agenda.

lascerà alle sue spalle 12 mesi di bugie e di sacrifici, di indignati e di prostitute, di arroganza e di rinunce.

mentre salgo le scale penso che il mondo nel frattempo è cambiato e che non si può correr dietro ai ricordi. mi chiedo: ma sono felice come quella sera? mi dico di no.

 

Ovunque siate, auguri ai viterbesi veri, quelli che amano questo posto e quelli che portano nel cuore il profumo delle botti e delle cantine, a quelli che vorrebbero vivere in una città degna di questo nome.. a quelli che la sognano quando sono lontani dal caldo del proprio camino, dal profumo dei propri bambini e dalle labbra della propria donna.

Auguri soprattuto a Viterbo che dopo tutto quello che gli fanno.. se li merita proprio.

Auguri a te, ITALIA. Auguri a noi, sperando di meritarti.

un saluto anche dallo spazio.. Paolo Nespoli dalla International Space Station (ISS)

Io amo l’ITALIA. Lo dico oggi, ma lo penso sempre. Lo dico con il cuore in gola, mentre ascolto la voce di Roberto Benigni che canta l’inno dopo averlo spiegato con la stessa passione delle persone che l’hanno unita. Mio padre ha messo le bandiere ai balconi. A Viterbo oggi piove e il cielo grigio male si associa alla parola che definisce la mia Nazione.  Il sole, la gioia, il mare. Paesaggi che tolgono il fiato, montagne che circondano come una muraglia naturale pianure fertili e colline ombrose, spiagge che definiscono contorni macchiate di sabbia gentile e di acqua tiepida. Viverci significa godere della sua bellezza, inebriarsi della sua magnificenza, della sua cultura e della sua storia magnifica, significa essere fortunati e condannati a non stupirsi per le cose altrui perchè questa è la culla di tutto. Allo stesso tempo significa dannarsi per far ricordare a tanti, la loro fortuna.

Tanti.. Sono tanti quelli che dimenticano, quelli che disprezzano, quelli che non si rendono conto di cosa stanno denigrando, quelli che prendono il peggio della nostra cultura e la esportano a mò di regola per tutti. Sono tanti quelli che si comportano da attorucoli e da saltimbanchi del giorno. Sono tanti i ruffiani del potere e delle regole acquisite, del privilegio mai accordato. Escono dai giornali, dalle TV delle tette e del gossip, ogni giorno, ogni ora… purtroppo sono tanti e tendo a far dimenticare, escono dalle stanze dove si ricorda cosa siamo, non sanno cosa significa “morire” per questo posto, sanno solo cosa significa SFRUTTARE questo posto..

Il mio augurio è rivolto a loro. Mi auguro possano provare quello che ho provato io. Mi auguro possano piangere ricordando solo il profumo di casa, quello che si prova stando lontano dalla propria per un compito che ha a che fare con la Patria stessa. Mi auguro possano guardare le stelle e pensare che con un desiderio possano arrivare dall’atro capo del mondo per dormire accanto ad un figlio, ad una moglie che attendono con ansia lo stemmino sulla spalla col tricolore che varca la soglia di casa.  La mia casa è verde di fronde di alberi, di pini marittimi profumati o di abeti alti e ordinati, é bianca come la neve delle cime e come le sabbie di fronte al mare limpido, é rossa come le rose che circondano giadini antichi dove la poesia e l’arte sono nate fra talento e genio innato.Questa è la mia casa e si chiama Patria.

Già… Patria. Si chiama così il posto che amo.