mi illudevo di morire prima.

67823528_2325119890939756_3303300987061534720_n.jpgHo sempre pensato che sarei morto prima di vedere gli effetti.
Ne ero convinto.
Non sarà così.
Mi sto ricredendo, anzi, sono certo farò in tempo ad esser testimone, assisterò al degrado, al collasso, a qualcosa che non riusciremo nemmeno a comprendere e che peggiorerà in maniera esponenziale.

Nel 2012, durante la mia prima spedizione antartica, per la prima volta mi interessai agli effetti del cambiamento climatico, non ne sapevo nulla. Avevo conoscenze di meteorologia, un po’ di fisica. Trovai un gruppo di glaciologi, geologi e fisici che ebbero la pazienza di condividere nozioni e informazioni con persone che possedevano altre competenze, a volte elementari.
Continua a leggere

17 minuti spesi bene

Penguin-Paul-Nicklen.pngC’è un uomo su un palco. Parla, racconta, condivide splendore e bellezza. Ad un certo punto, dopo 10 minuti di battute, immagini e meraviglia, dice qualcosa:
“When I’m on my deathbed, I’m going to remember one story more than any other” dice. Che significa: “Quando sarò sul letto di morte, più di ogni altra ricorderò questa storia.”

Ecco, questo dice, ad un certo punto, uno dei più grandi fotografi viventi forse il più premiato, acclamato, preparato fotografo di NATURA al mondo. Lo dice a metà di un “talks”, di una chiacchierata, di 17 minuti, ripresa e filmata da un palco di Ted.com (*), uno di quei siti che ti restituiscono la internet nella sua accezione più positiva.

Continua a leggere

meraviglia

mount neumayer covered by katabatic

E’ ferragosto, e visto che sudo per il caldo, ho lasciato andare la mente fra i ricordi più belli della mia vita e mi sono imbattuto in questa foto che documenta quando sudai freddo di fronte ad uno degli spettacoli che non dimenticherò mai più. Quello che si vede scuro in primo piano è un monte alto circa 700 metri (Neumayer) coperto da un sottile strato di vento catabatico che scende dal plateau. Sullo sfondo dietro, invece, si vede l’imbuto del “David Cauldron”, un mostro che fa scendere il ghiacciaio David di 300 piedi verso il basso e lo raccoglie da 100 miglia di larghezza ad appena 40, spingendo il ghiaccio all’esterno in una lingua di ghiaccio (Drygalsky ice tongue) che si estende verso il mare aperto per altre 100 miglia..

E’ ferragosto, e in comune con allora c’è solo il colore del cielo e chi scrive..

reeves and nansen ice sheet

reeves by bruno
reeves a photo by bruno on Flickr.

Sempre più malato di nostalgia, mi trovo a riguardare foto di alcuni mesi fa. Ho trovato una immagine per il mio computer e come al solito l’ho ristretta per adattarla al mio desktop. La foto è scaricabile nella risoluzione originale 1920×1200 cliccando sulla lente d’ingrandimento in alto a destra e poi di seguito sulla scritta “tutte le dimensioni” sempre in alto a destra.
La foto è stata scattata dall’elicottero volando sul Nansen ice sheet (in basso nella foto) e ritrae a sinistra l’area di Turn Flat con il mante Larsen, in mezzo la colata di ghiaccio che viene dal ghiacciaio Reeves e a destra la catena dell’Eisenhower dominata dal monte Nansen e dallo Skinner ridge. In mezzo alla colata di ghiaccio si vede il Teall Nunatak.

ice wall

ice wall by bruno
ice wall a photo by bruno on Flickr.

Quando Patrizia e Riccardo mi portarono via dalla sala operativa, era una giornata magnifica. La temperatura era ancora una decina di gradi sotto zero ma il sole era alto e potente anche sotto il 70°sud. Ricordo era domenica e nonostante gli impegni Stefano, il mio “coppio” in sala mi disse che era necessario staccare un po’. MI cambiai in pochi minuti e approfittai di una ricognizione per saggiare la consistenza del pack marino. Andammo in macchina, una Ford dei vigili del fuoco. Arrivammo nella parte finale della Tethys Bay, l’ultima parte, quella sotto un costone di roccia antico con un piccolo ghiacciaio a strapiombo sul mare. Ciò che vedevo dai monitor, dalle vetrate della mia postazione abituale di lavoro, mi si presentò davanti e più mi avvicinavo e più era grande, nonostante fosse infinitamente piccolo di fronte a tanti altri posti di cui gli altri mi parlavano. La mia libertà durò poco più di 30 minuti, quanto bastò per farmi render conto di cosa era quel posto e di dove ero davvero.

la foto è scaricabile da flickr cliccando in alto a destra sul simbolo della lente d’ingrandimento e successivamente sul link “tutte le dimensioni” fino all’originale in risoluzione 1920×1200

antarctic crevasses

antarctic crevasses by bruno
antarctic crevasses a photo by bruno on Flickr.

Quando le persone mi chiedono cosa ho visto e cosa ho provato rimango sempre senza termini. non riesco a trovare facilmente delle parole per descrivere le stesse emozioni che questa immagine ha provocato in me dal vivo.
Quella frattura celeste nel bianco candido, è il simbolo di una forza immensa, di pressioni ciclopiche. E’ una frattura, un semplice crepaccio che rompe il manto eterno di gelo e di bianco inviolato.  Scattata sotto le pendici di un vulcano (mount Melbourne).

Solo per rendere partecipi della profondità, il crepaccio è profondo circa 30 metri..

La foto è anche un wallpapaer 1920×1200 (basta cliccare sulla lente di ingrandimento in alto a dx e poi su tutte le dimensioni)