capire la musica…

diario di un giorno indimenticabile.

dal diario di un padre e di un figlio.

parcheggio in fondo, verso la strada. ho trovato un buco poggiato su un albero, la macchina sporge e mi fa preoccupare. ma poi penso che non me ne frega nulla. la chiudo e iniziamo a camminare seguendo il flusso di felpe e di jeans.
c’è gente che arriva a piedi dal parcheggio di un supermercato vicino. passa nel bosco ai lati della tangenziale. sono tutti ragazzi e qualche padre con quindicenne annesso.
c’è da camminare parecchio per l’ingresso dello stadio e ci avviciniamo facendo lo slalom fra auto parcheggiate con le targhe più strane e paninari sui loro pulmini dotati di ketchup, gruppo elettrogeno e puzza di wurstel bruciato.
abbiamo biglietti di tribuna coperta e numerata. biglietti da ricchi o semplicemente da anziani da quelli che non ce la fanno a stare in fila ore per stare poi senza respiro durante il concerto sotto il palco. biglietti di quelli si preoccupano per la pioggia, per la schiena che fa male e per il vicino che ti potrebbe toccare con la bottiglia di birra e rovesciartela addosso che poi puzzi.
arriviamo sotto questo gigante di cemento, fatto di tubi e di fari, di tribune e di rampe, di curve e di cancelli ed è ad uno di questi che ci avviciniamo.
il “buttadentro” è enorme. ha i capelli rasati e i bicipiti come blocchi di tufo. però non parla inglese e svela una debolezza ai due sloveni che gli chiedono: sorriuereisdemeinentrans?
non ci guarda nemmeno. quarda il biglietto da anziano e ci fa passare. camminiamo veloci verso il posto che ci aspetta. non c’è nessuno che ci segue ma sembra di si. ci voltiamo a vedere se qualcuno ci supera. siamo pochi. siamo in anticipo. siamo folli.
entriamo alle 16, 5 ore pirma. solo per il gusto di vedere dall’alto la fauna del prato. 5 ore di attesa, finchè il buio non copra le montagne che si vedono in fondo. montagne spolverate di neve della sera prima, come un pandoro appena aperto e il suo zucchero a velo appena caduto. il tempo regge ma regala il freddo dopo giorni di estate piena.
serve il cappello,  quello di lana comprato dalle rimanenze di un negozio vuoto del centro.
5 ore.
fra sigarette, bottiglie di birra che passano, hostess che salgono le scale per accompagnare storditi che non trovano poltrone. e poi il fiume di carne..
operai, studenti, avvocati, maestre, mariti, nonni, camionisti, militari. una madre con una bambina in braccio si affaccia dall’ingresso alle tribune. la figlia ha il ciuccio e  i riccioli. di sotto, i giovani, giocano a pallone, bevono birra, si tuffano, si rotolano sul prato coperto di plastica bianca, mimano di fare l’amore. ridono.
un ragazzo entra coperto solo da un kilt scozzese. è tatuato e robusto. va dritto e incontra un altro che srotola un cartello con scritto “mamma sono qui”.
un medico sulla 50ina, amante del buon vino e della pasta, corre paonazzo su per le gradinate. è vestito con le tute del 118, quelle arancioni fosforescenti. in 5 ore lo vedo che va, viene, sale, scende, entra nell’ammasso di carne con la barella ed il defribillatore e esce da quella massa informe che si muove e che vive sotto un palco troppo alto. lui e i suoi colleghi compaiono e scompaiono all’improvviso, chiamati da chissà quale voce, in chissà quale lingua.
li muove la loro passione o quel giuramento di ippocrate che magari ora non ricordano ma che li fa diventare il papà di ognuno di quelli che han bevuto troppo.
il sole tramonta. due gruppi di “cani morti” si susseguono per allietare le fatiche e l’attesa di quelli che soffrono sotto il palco. audio pessimo. canzoni pessime, si vuole solo che finiscano presto. nella tribuna da vecchio intanto si cammina, ci si siede, si mangiucchia, si scattano foto, si fuma, si ride e ci si accoccola sulla poltrona per battere il freddo.  si guarda all’organizzazione, al tecnico che per 5 ore ha cambiato led allo schermo gigante e che poi lo ha sistemato. all’uomo scimmia che sale sul palo luci a togliere la copertina ai fari. si guarda la fila di fronte ai bagni. si va in bagno.
poi il sole scampare. è buio.
il secondo gruppo di “cani morti” ha smontato tutta la sua attrezzatura. il palco rimane vuoto. anzi no..
arrivano dei tecnici.
iniziano a testare gli strumenti. prima la batteria, poi la chitarra e poi il basso.
questo da solo vale il costo del biglietto. specie quando il “roodie” prova la chitarra ed il suono, forte, puro, limpido, perfetto sale verso le orecchie devastate dei cani morti di prima.  come la lama di una spada che trafigge un panetto di burro. io e mio figlio ci guardiamo. abbiamo gli occhi che brillano di gioia e le orecchie pronte a essere martirizzate. il tecnico accenna ad un riff. metallo puro. come in una fucina dove un fabbro picchia con foga su un incudine e una spada incandescente.
silenzio.
i bagni sono pieni. un tedesco dietro a me mi vomita vicino. i suoi compagni sembrano organizzatissimi a fronteggiare l’emergenza.. 18-20 anni. fumano e ridono mentre bevono coka e acqua. quello che sta male è in pieno coma etilico. il medico amante della pasta e del vino, con la sua panciona arriva e lo porta via. gli mettono una flebo mi dice. avevano anche sbagliato posto. vengono sostituiti da due coppie di ragazzi. sembrano usciti da una lezione di catechismo. piccoli, puliti, le ragazze con i capelli lunghi. sembrano gentili e dimessi. facciamo due chiacchere. e aspettiamo…
poi diventa tutto buio… ed il grido di 50 mila persone sale come una liberazione.
ennio moricone e le immagini del buono il brutto e il cattivo vanno sugli schermi.
il suono è perfetto.
entra nel cuore.
come adesso mentre lo scrivo. sento i brividi.
mio figlio mi guarda. inizia la celebrazione, quella che aspettavo da più di vent’anni.
entrano the “four horsemen”.
tutto è fatto per stupire, per dire alla gelatina di carne che si muove sotto che loro sono ancora li e che sono in forma. in splendida forma.
kirk hammet è veloce, preciso, un rasoio.
lars ulrich un vero fabbro, trujillo smanaccia il basso come un gorilla su una piantagione di fiori prelibati.
la voce di james hetfield è potente, arriva dritta, profonda.
le canzoni sono quelle conosciute.
è il suono in quel volume di spazio che colpisce. è la potenza in quel pezzo di mondo che stupisce.
un mare di braccia si muovono all’unisono. migliaia di gole si aprono e urlano insieme.
è pazzesco vedere quanta energia stà uscendo da questo posto.
suonano “sad but true” ed è un vero e proprio inno. poi arriva “enter sandman” e james fa cantare la folla. porta via tutto. come sulla favola del testo. ogni idea sul potere, sulla divinazione, sulla gratificazione mi passa mentre vedo quell’uomo da solo che ha in mano 50mila anime. e tutte ubbidiscono ai suoi ordini.
poi chiudono con seek and destroy. urlo come un pazzo seguendo il ritmo insieme al notaio travestito da rocker che mi sta vicino.
non riesco a spiegare che cosa mi piaccia. non riesco neanche a dire il perchè sono li.
l’unica cosa che riconosco è che sono felice di esserci stato. insieme a mio figlio.

un genio

ho ascoltato per la prima volta questo signore all’età di 15 anni. adesso ne ho 46 e sono sempre più convinto che è uno dei più grandi della musica mondiale. l’ultimo album “new blood” (questo è un estratto) è qualcosa che colpisce al cuore, che lascia senza fiato, che fa piangere di gioia. il mio personale parere circa la musica la definisce come la miscelazione di un set di emozioni. lui è in grado di metterle in un unico intervallo di tempo tale che, chi le riceve, le prende tutte insieme, amplificate, aggregate, splendidamente miscelate in una armonia unica. suono che racconta storie, passioni, amore, lotte, rabbia e dolore.

io me lo regalo. lo lascio qui. così non dovrò faticare per ritrovarlo..

YouTube – Impossible guitar

Sono sempre stato attirato dai virtuosismi, sin da piccolo ho avuto la passione per la tecnica estrema ed in particolare per la chitarra. In genere venivo attirato dai chitarristi rock ed in particolare con l’energia e la potenza dei riff di chitarra elettrica, tutte cose che ho avuto la fortuna di trasferire a mio figlio. Stranamente questo è uno dei migliori esempi che ho trovato in rete e non è un metallaro ma merita davvero….