e così sia..

20881930_1393594847425603_7232200292515009727_nE’ così.
Non so perchè ma è così
Corro sui ricordi.
O almeno mi sembra di farlo.
Non lo so.
Questo è quello che mi sento adesso addosso.
Ogni mattina mi sveglio, lavo i denti, metto scarpe e cuffie, prendo le chiavi e…via, fuori.
Nel fresco, a correre il giro della città.
A respirare la mia città.
A rincorrere ricordi nei posti che mi hanno fatto diventare grande.

Nei vicoli di tufo, nelle vie che d’inverno diventano presepi illuminati, vicino alle chiese antiche o ai giardini dove andavo da piccolo, a vedere i gatti e le rose che sbocciavano.

Come oggi.
A correre fino a scoppiare per arrivare subito vicino a quella piazza, in quel vicolo vuoto a cercare quell’elenco, scritto col pennarello, dove c’eravamo tutti, a cercare segni di noi sulle ringhiere, a ricordarmi Deddo che partiva col “Si” con i suoi Persol tartarugati, a Lello lanciato sul pino, a Lorenzo e la Simca.
Alle vespette, ai sorrisi, a quello che facevamo per diventare grandi senza grandi intorno.

E così, dopo aver visto il muschio sulla sabbia del Baltico o l’Indo prima del monsone, il muro dell’Hindu Kush e le vette del Karakorum in lontananza, dopo aver respirato il freddo dei ghiacciai e aver visto le valli secche dell’Antartide, oggi mi sono fermato.
Si è spento tutto un attimo.
Davvero. Spento tutto.

Dopo i pozzi di petrolio dentro le città di fango, dopo aver bevuto caffè coi beduini, osservato montagne sollevate dalla forza di un continente o aver visto miniere di zolfo nell’inferno del Beluchistan, dopo esser passati sugli alveari di pietra per uomini intorno ai Budda di Bamian, oggi, solo oggi, ho singhiozzato di fronte ad una fontana e ad una strada anonima.

Come fossi su un palco o su una sedia, di un teatro vuoto.
Da solo, mentre senti che qualcuno, nel mentre, sta scollegando tutte le radici che ti tenevano ancorato al teatro, alle sedie, quelle dove sei cresciuto, dove sei diventato grande.

O come una marionetta, un Orlando Furioso o un Don Chisciotte, forse più verosimile a un Sancho Panza, con tanto di corazza, di armatura, a cui stanno tagliando i fili che lo legano al mondo.
Ed un sipario che si chiude avanti.

E adesso mi trovo qui. A scrivere.
Dice, ma perché lo scrivi?
Perché non ho altro modo per mettere ordine in un oceano di disordine.
Perché è l’unico sistema per non venir travolto dall’emozione.
Anche se arriva comunque, cazzo se arriva.
Mi tocca fermarmi.
Come di fronte all’albero dove si è fermato mio padre due anni fa. Mi ci fermo spesso adesso, mi fermo a chiedere se faccio bene, se da lassù mi vede ed è contento.
Cerco benedizioni che non arrivano mentre mi si staccano le radici intorno.

Lo so, l’ho voluto io.
Però mi è arrivato tutto insieme, quel magone legato a ciò che ero. Tutto insieme. Quel palco, quella sedia comoda che conoscevo da sempre, mi mancheranno, tutto qua.

Oggi, solo oggi, ho capito che tutto quello che sono lo devo a questa terra.
Ai sanpietrini, alle vie strette e alle torri intorno, al sole che filtra fra i merli delle mura, alle botteghe del centro di una volta, alle donne con le vestagliette che pelavano fagiolini nei vicoli, all’odore delle cantine e del vino, all’olio nei frantoi, alle fontane, agli amici, a quel dialetto musicale e un po’ burino. Alcune di quelle cose non ci sono più.

Oggi, mentre respiravo il fresco del mattino, alzando gli occhi a quel traliccio vuoto a San Sisto, si solo oggi, ho pianto per la mia città o almeno per quel che ne rimane. Sperando che un giorno, qualcuno, possa trasformare questo luogo di ignavi in un 3 settembre perpetuo

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