il disordine…

20745937_1389272647857823_8815452346328809193_oOggi c’è disordine nel cuore.
Non so perchè ma c’è un muro che costeggia la mia alba, abbracciato dalla brezza e dalle nuvole, ci sono vetri e fili, amore e odio.
I ricordi che mi seguono, salgono più veloci di quanto io possa correre.

C’è mio nonno che batte col martello, la falegnameria d’estate, la polvere del legno depositata su ogni cappio, capello, spigolo, piano, ricciolo, le scatole con le punte dei ceselli, le chiavi, i morsetti, l’odore del vinavil. Sembra ieri sera. Ed è già mattina. Un nuovo giorno che arriva e tutto porta via.
C’è disordine nel cuore.
Corro e cammino, fatico e mi affanno per distruggere quei 30 anni di sigarette mai servite. 8 km disordinati nel metodo ma ordinati nel calendario. E la mia città intorno.
Che rilascia ricordi ad ogni tacco di nuovo a terra, mentre arranco su piccole salite nel silenzio del mattino.
C’è disordine. Come sul terrazzo che guardava i tetti di Pianoscarano e un po’ di san Pellegrino e i comignoli di pietra, ognun per se e fumo per tutti.
Passo accanto a Porta Fiorita, risalgo dal parcheggio di via delle Fortezze. Trovo gli alberi nel parcheggio affaticati, sporchi, trasandati. Trovo il muro di mattoni con la vita dietro ancora da svegliare.

C’è disordine.
Perché mi prude il naso e mi luccicano gli occhi.
Perché le radici non sono solo sotto l’asfalto.
Le mie sembra si attacchino alle caviglie.
Mi dico che sono vecchio e che forse sono stanco.

Passo accanto a Porta Romana, c’è una torre di acciaio vicina. I ricordi passano di nuovo, in disordine. Mi ritrovo lì sopra, con una bottiglia d’acqua sotto il sole che cala, sento il vento che passa fra i ponteggi e il cielo che si piega sotto il peso del tramonto.
Vedo la mia città sotto i piedi.
Ripenso a mio padre. Penso: “eh, che ne dici? alla fine ti ci ho portato quassu..”, anche se eri già partito.
Chissà cosa direbbe.
Guardo in alto, in cima al ponteggio. Ma è come se fossi in cima a guardare in basso. Guardo tutti quelli che ci lavoreranno fra poco e che non potrò nemmeno salutare, guardo quelli vestiti di bianco che arriveranno la sera.

Me li ricordo.
Essì che me li ricordo.
Li adoro, devo molto a tutti loro, moltissimo.
Mi hanno fatto capire una cosa,
quella più brutta di tutte:
che non si può più esser fieri di questo posto un giorno l’anno.
Continuo a correre, mentre il naso mi si chiude.
Stavolta scappo, mi allontano veloce, complice la strada in leggera discesa.

Ho il sapore della polvere della falegnameria in gola, le lacrime pronte ad uscire, l’odore del caffè di Arianna lì vicino ancora nell’aria, ripenso ai miei zii, al gatto sulle loro gambe, alla botteguccia delle bici, alla stufa accesa d’inverno, ai tex willer sul divano, alla spremitura delle olive, alla bruschetta fatta sul pavimento d’ardesia, e a tutti quelli seduti intorno a quel tavolo, sopra i tetti di Pianoscarano e san Pellegrino
Si, c’è disordine.
E non so perchè…

 

 

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