ricordi confrontati

il sole splende in un cielo limpido, velato di sottilissimi cirri che ne riempiono delle piccole porzioni mantenendo azzurro tutto il resto.
è sabato.
il sabato del mercato, il sabato che mia nonna usava per prendere un pezzettino di porchetta da condividere con due zii scapoli che avevano fatto la guerra e che vivevano con i miei nonni, aiutandoli in una piccola falegnameria di via del ponticello.
sotto il cielo azzurro mi compaiono i loro visi, ricoperti di rughe e le loro mani piene di tagli e di calli, abituate alla fatica ed agli attrezzi.
il centro della mia città è sotto la luce che preferisco, quella che nasconde ogni piccola particella di umidità in sospensione e che rende tutto limpido sotto. i muri e gli stucchi delle case sono vividi e l’ombra che si staglia fra le costruzioni e nera come la pece. i contorni delle finestre, le parti di peperino sono definite in ogni piccolo difetto, si sente l’odore del tufo e delle cantine fra i vicoli stretti di san pellegrino.
la mia città.
quella che amo.
quella che rivedo nei frantoi di pianoscarano e delle pietrare, quando si andava a prendere l’olio e il padrone del frantoio aveva una scatola di sale marino e una pagnotta di pane sempre pronta per far assaggiare l’olio che usciva dalle presse e dalle centrifughe.
notti passate con il piacere del sapore di campagna sulla lingua, mischiato all’odore di nazionali senza filtro degli operai e dei contadini che si sporcavano le mani con i sacchi pieni di olive.
oggi tutto mi ricorda che viterbo era anche questo. era genuina propensione al sacrificio ed al lavoro. era un pezzo di vecchia etruria abitata da discendenti definiti “burini” dai capitolini e fieri di esserlo.
continuo a camminare fra le vie pulite del centro, fra i cestini e portaceneri nuovi, fra badanti russe e spicchi d’aglio venduti dai cinesi. si sentono le urla dei venditori napoletani di abiti usati, invocano folli sconti e regalano sorrisi macerando sigarette fra le labbra.
trovo sempre meno indigeni fra i banchi, vedo sempre una mia vecchia compagna di scuola delle medie che ha un banco al mercato e non ho mai il coraggio di salutarla. il sacrario vive di suoni e di colori oggi. è meraviglioso anche se un pizzico di malinconia mi ricorda mia nonna ed il porchettaro del mercato che gli dava il pacchetto fatto di carta straccia. un indiano mi sale su un piede e mi chiede scusa nella sua lingua, gli sorrido e mentre vado verso le poste un ragazzo che ha fatto sega a scuola mi “intruppa” (come avrebbe detto mio nonno) e nemmeno si volta a guardare il risultato della sua maleducazione.. guardo la piazza ed il mercato mentre salgo verso il comune. è tutto pulito, è sabato mattina. sono a piedi, non piove e mi godo il sole anticipato in un febbraio qualunque. la torre con l’orologio si fa fotografare con uno sfondo immenso di cielo azzurro.
torno a prendere la mia auto e mentre mi infilo nel traffico penso ai miei due zii, quelli che avevano fatto la guerra che quando dormivo a casa di mia nonna, mi portavano in falegnameria la mattina a fare colazione e con i trucioli di legno della pialla e della levigatrice, accendevano un piccolo fuoco sul pavimento di ardesia. prendevano un pezzettino di legno e mettevano a scaldare due salsicce che sudavano unto da poggiare su una rosetta tagliata per l’occasione. avevo 8 anni.
ho vissuto una vita cercando di tornare in questa città, perchè adoro il suo profumo senza mai sapere chi fossero guelfi e ghibellini. sapendo solo che avevano fatto le mura che regalano alla città una identità definita..
sono nel traffico ed il profumo di botti e di muffa delle cantine è scomparso.
vado verso il mio quartiere. lo chiamano quartiere dormitorio. quando sono tornato qui non era così. era bello. era sano. ci passo da una delle due vie che consentono l’accesso, passando sotto un ponticello di una ferrovia che ormai pochi usano. diecimila persone confinate su due ingressi alla viabilità ordinaria, o tramite una rotatoria (di cui ancora si discute, sulla teverina) e tramite questo tornante stretto sotto il ponte della ferrovia. ci sono immondizie ovunque. sono passato da un minuto su un viale dove prima c’era un giardino, accanto le scuole dell’ellera. ci andavo a prendere il sole mentre aspettavo mio figlio che usciva da scuola. c’erano le panchine. adesso è solo fango.
sono passato in via ticino, e non ho fatto a meno di notare ciò che c’era a terra, in via dora baltea.. stessa cosa.
vi scrivo perchè la malinconia lascia il posto alla rabbia e perchè ormai nessuno di noi pensa più al valore comune, alla identità che dovrebbe renderci fieri e combattivi di fronte ad un simile scempio.
vi allego le foto di questa mattina.
sotto un cielo azzurro, pensando al panino con la salsiccia cotto sul pavimento di ardesia.



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